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ASSIOMI DI CONTINUITÀ

Assiomi di Continuità

Nei capitoli precedenti abbiamo introdotto tre gruppi di assiomi: incidenza (I), ordinamento (O) e
congruenza (C). Abbiamo anche considerato alcuni assiomi della teoria degli insiemi (isolamento
ed estensionalità). Essi costituiscono un sistema minimale di assiomi per la geometria, che d’ora in
avanti indicheremo con M (geometria minimale).
Considereremo ora un gruppo di assiomi molto importanti e delicati, gli assiomi di continuità. Essi
costituiscono un insieme di proposizioni che non risultano indipendenti le une dalle altre (a
differenza di tutti gli assiomi di M ): alcune sono più deboli, altre più forti. Aggiungendo una di
esse a M otterremo un sistema di geometria più o meno forte. La scelta di quale assioma di
continuità aggiungere a M dipende da quali proprietà geometriche vogliamo dimostrare. Gli
assiomi di continuità sono stati proposti dalla revisione critica della geometria di Euclide fatta nel
XIX secolo. Cominceremo proprio con l’evidenziare una lacuna in una dimostrazione di Euclide,
che richiede un opportuno assioma di continuità per essere colmata. Si tratta della dimostrazione
della Proposizione I del I libro degli Elementi.

I PROPOSIZIONE DEGLI ELEMENTI DI EUCLIDE. Su una retta terminata data costruire un triangolo
equilatero.

Euclide usava l’espressione “retta terminata” invece di “segmento”. Volendola riformulare, la prima
proposizione degli Elementi dice che: dato un segmento qualsiasi, esiste un triangolo equilatero
avente come uno dei lati il dato segmento.

Dim. di Euclide. Sia AB la retta terminata data. Si deve dunque costruire sulla retta AB un
triangolo equilatero. Con centro A e raggio AB risulti descritto il cerchio BCD (post. III) (Figura
6.1), di nuovo risulti descritto, con centro B e raggio BA, il cerchio ACE (post. III), e dal punto C,
in cui i cerchi si tagliano fra loro, risultino tracciate ai punti A, B le rette congiungenti CA, CB
(post. I).
Ora, poiché il punto A è centro del cerchio CDB, si ha che AC è uguale ad AB (def. XV 1); di nuovo,
poiché il punto B è centro del cerchio CEA, si ha che BC è uguale a BA (def. XV). Ma fu dimostrato
che pure CA è uguale ad AB; quindi ciascuna delle due rette CA, CB è uguale alla retta AB. Ma
cose che sono uguali ad una stessa sono uguali anche fra loro (noz. com. I): sono perciò uguali
anche CA, CB; quindi le tre rette CA, AB, BC sono uguali fra loro. Dunque il triangolo ABC è
equilatero. Ed è stato costruito sulla retta terminata data AB. CVD

FIGURA 6.1

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La definizione XV che Euclide ha dato negli Elementi è la definizione di cerchio: cerchio è una figura
piana compresa da un’unica linea [che si chiama circonferenza] tale che tutte le rette, le quali cadano sulla
[stessa] linea [cioè sulla circonferenza del cerchio] a partire da un punto fra quelli che giacciono
internamente alla figura, sono uguali fra loro.
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Introduzione al Pensiero Matematico – A.A. 2007-2008

Poiché ogni passo apparentemente è stato giustificato, potrebbe non vedersi alcuna lacuna in questa
dimostrazione. La si trova invece nei passi iniziali, in particolare quando si afferma esplicitamente
che C è un punto nel quale le due circonferenze considerate si intersecano tra loro. La questione è la
seguente: come facciamo a sapere che tale punto C esiste?
Se credete che questo punto C esista guardando il disegno avete ragione, ma non siamo autorizzati
ad usare il disegno come giustificazione! Non stiamo dicendo che le due circonferenze costruite non
si intersecano; stiamo soltanto dicendo che c’è bisogno di un altro assioma per poter dimostrare che
lo fanno. La lacuna può essere colmata assumendo il cosiddetto assioma della continuità circolare,
per il quale è necessaria la definizione seguente:

DEFINIZIONE 6.1. Si dice che un punto P è interno a una circonferenza di centro O e raggio OR se
OP < OR (esterno se OP > OR).

ASSIOMA DELLA CONTINUITÀ CIRCOLARE [CC]. Se una circonferenza γ ha un punto interno e uno
esterno ad un'altra circonferenza γ’, allora le due circonferenze si intersecano in due punti.

Nella Figura 6.1, il punto B è interno alla circonferenza γ’ e il punto B’ (non illustrato) tale che A sia
il punto medio del segmento BB’ è esterno a γ’. Questo assioma è anche necessario per dimostrare
la 22-esima Proposizione di Euclide (l’inverso della disuguaglianza triangolare). Un’altra lacuna è
presente nel metodo di Euclide per tracciare la perpendicolare a una retta (la 12-esima Proposizione,
la nostra 5.7). La sua costruzione assume tacitamente che se una retta passa per un punto interno ad
una circonferenza, allora la retta interseca la circonferenza in due punti (assunzione che si può
giustificare usando CC; ma poiché questa giustificazione fa uso della Prop. 5.7, l’argomentazione di
Euclide deve essere scartata per evitare un ragionamento circolare).
Vediamo ora un’altra utile conseguenza dell’assioma della continuità circolare:

ASSIOMA DELLA CONTINUITÀ ELEMENTARE [CE]. Se l’estremo di un segmento è interno ad una


circonferenza e l’altro estremo è esterno, allora il segmento interseca la circonferenza.

In M si dimostra CC  CE, ma non il viceversa. Vale a dire che CC è più forte di CE. Riuscite a
capire perché questi assiomi sono chiamati “assiomi di continuità”? Per esempio, nella Figura 6.2,
se disegnate il segmento AB con una matita spostandovi con continuità dal punto A al punto B,
dovete attraversare la circonferenza (altrimenti vi sarebbe un “buco” nel segmento oppure nella
circonferenza).

FIGURA 6.2

Il prossimo enunciato non riguarda direttamente la continuità, ma la misura. Vedremo però che esso
è collegato in modo profondo alla continuità. È detto assioma di Archimede, dal nome di chi lo
enunciò per primo. È possibile dimostrare (non lo faremo) che esso è una conseguenza di un altro
assioma di continuità (detto di Dedekind). Qui ne abbiamo bisogno al fine di poter assegnare ad
ogni segmento AB un numero reale positivo, cui diamo il nome di lunghezza di AB.

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ASSIOMI DI CONTINUITÀ

Per enunciare l’assioma di Archimede, occorre definire una nuova nozione, per la quale useremo
l’assioma C1 e faremo uso dei numeri naturali. Occorre quindi introdurre nel nostro linguaggio,
accanto ai sei termini geometrici di cui al capitolo 1 (punto, retta, incidenza, ordine, congruenza 1,
congruenza 2) e alle variabili di insieme (capitolo 2), anche le variabili per i numeri naturali (di
solito li individueremo con n) e i termini che rappresentano i numeri naturali stessi: {0, 1, 2, …}.
Veniamo ora alla nostra definizione.

DEFINIZIONE 6.2. Sia r una semiretta di origine A (=A1) e sia B un punto di r distinto da A. Per ogni
numero naturale n definiamo nAB nel modo seguente: 1AB = AB; sia r1 la semiretta di origine B i
cui punti appartengono a r: per C1 esiste su r1 un punto A2 tale che BA2  AB; definiamo 2AB =
AA2; sia r2 la semiretta di origine A2 i cui punti appartengono a r1: per C1 esiste su r2 un punto A3
tale che A2A3  A2B; definiamo 3AB = AA3; e così via. In tal modo, per ogni n naturale definiamo
nAB.

Enunciamo ora l’assioma di Archimede:

ASSIOMA DI ARCHIMEDE [ARCH]. Se CD è un segmento qualsiasi, A un punto ed r una semiretta di


origine A, allora per qualsiasi punto B  A appartenente ad r esiste un numero n tale che, quando
CD viene replicato n volte su r a partire da A, si raggiunge un punto E tale che n CD ≡ AE e o B =
E o B è tra A ed E.

Come nella definizione 6.2, usiamo C1 per iniziare a replicare CD su r a partire da A, ottenendo un
unico punto A1 su r tale che AA1  CD e consideriamo 1CD come AA1. Se r1 è la semiretta uscente
da A1 contenuta in r, con lo stesso metodo otteniamo un unico punto A2 su r1 tale che A2 A1  CD e
abbiamo 2CD come AA2. Abbiamo visto come, iterando questo processo, possiamo definire, per
ogni numero naturale n, il segmento nCD come AAn.
L’assioma di Archimede non è un assioma puramente geometrico; esso afferma l’esistenza di un
numero: occorrono i numeri naturali per enunciarlo. Esso collega così geometria e numeri e lo
vedrete anche in Analisi.
Se, per esempio, AB fosse lungo π unità e CD un unità, allora si dovrebbe replicare CD almeno
quattro volte per raggiungere il punto E oltre al punto B (si veda la Figura 6.3).

FIGURA 6.3

Il contenuto intuitivo dell’Assioma di Archimede è che se si sceglie arbitrariamente un segmento


CD come unità di lunghezza, allora ogni altro segmento ha una lunghezza finita rispetto a quella
unità (nella notazione dell’assioma la lunghezza di AB rispetto a CD come unità è al massimo n
unità). Un altro modo di vedere ciò è scegliere AB come unità di lunghezza. L’assioma dice che
nessun altro segmento può essere infinitamente piccolo rispetto a questa unità (la lunghezza di CD
rispetto ad AB come unità è almeno 1/n unità).

L’Assioma di Archimede aggiunto a M ha come conseguenza un nuovo assioma. Per enunciarlo è


necessaria la seguente definizione:

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Introduzione al Pensiero Matematico – A.A. 2007-2008

DEFINIZIONE 6.3. Un angolo minore di un angolo retto è detto angolo acuto.

ASSIOMA DI ARISTOTELE [ARI]. Dato un lato qualsiasi di un angolo acuto e un qualsiasi segmento
AB, esiste un punto Y sul lato dato dell’angolo tale che se X è il piede della perpendicolare da Y
all’altro lato dell’angolo, allora XY > AB.

Informalmente, se iniziamo con qualsiasi punto Y sul lato dato, allora mentre Y “si allontana
infinitamente” dal vertice V dell’angolo, il segmento di perpendicolare XY “cresce indefinitamente”
(diventa più grande di qualsiasi segmento dato AB). L’idea della dimostrazione dall’Assioma di
Archimede è che se il segmento iniziale XY non è già più grande del segmento dato AB, allora basta
replicare abbastanza copie di VY sulla semiretta VY fino a che il punto Y’ è tale che il segmento
X’Y’ sia maggiore di AB.

Esiste ancora un altro assioma di continuità, detto di Dedekind, di cui gli assiomi visti finora sono
tutti conseguenze. Mentre i primi quattro assiomi sono formulati nello spirito dell’antica geometria
greca, l’assioma di Dedekind è assolutamente moderno.

ASSIOMA DI DEDEKIND. Supponiamo che l’insieme 


l di tutti i punti della retta l sia l’unione
disgiunta 1  2 di due sottoinsiemi non vuoti tali che nessun punto di un sottoinsieme sia fra due
punti dell’altro. Allora esiste un unico punto O su l tale che uno di tali sottoinsiemi è uguale ad una
semiretta di l con origine in O e l’altro sottoinsieme è uguale al complementare (Figura 6.4).

FIGURA 6.4

L’assioma di Dedekind è una sorta di inverso della proprietà di separazione della retta. La proprietà
dice che ogni punto O su l separa tutti gli altri punti di l in quelli a sinistra di O e in quelli a destra
(Figura 6.4; più precisamente,  l è l’unione delle due semirette di l uscenti da O). L’assioma di
Dedekind dice che, inversamente, ogni separazione di punti su l a sinistra e a destra produce un
unico punto O. Una coppia di sottoinsiemi 1 e  2 con le proprietà dell’assioma di Dedekind è
detta sezione di Dedekind della retta.
Andando avanti, lo scopo dell’assioma di Dedekind è di assicurare che una retta l non abbia “buchi”
su di essa, nel senso che per ogni punto O su l e ogni numero reale positivo x esistono e sono unici i
punti P x e Px su l tali che P x  O  Px e i segmenti P x O e OPx abbiano entrambi lunghezza x
(rispetto ad un qualche segmento di misura unitario; si veda la Figura 6.5).

FIGURA 6.5

Senza l’assioma di Dedekind non sarebbe garantita, per esempio, l’esistenza di un segmento di
lunghezza  . Con esso, possiamo introdurre un sistema di coordinate rettangolari nel piano e fare

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ASSIOMI DI CONTINUITÀ

geometria analitica, come Descartes e Fermat scoprirono nel diciassettesimo secolo. Questo sistema
di coordinate ci permette di dimostrare che i nostri assiomi per la geometria Euclidea sono
categorici, nel senso che il sistema ha un unico modello (a meno di isomorfismi), vale a dire
l’usuale piano di coordinate Cartesiane per ogni coppia di numeri reali.
Se omettessimo l’assioma di Dedekind, un altro modello sarebbe il cosiddetto piano sordo, un
piano usato per dimostrare l’impossibilità di trisecare qualunque angolo con riga e compasso.

Sebbene l’assioma di Dedekind implichi gli altri quattro assiomi e sia il solo assioma di continuità
che abbiamo bisogno di assumere, faremo riferimento anche agli altri come “assiomi”.
Il tacito uso di Euclide del principio di continuità può spesso essere evitato. Per esempio, noi non lo
usiamo nella nostra dimostrazione di esistenza delle perpendicolari né in quella dell’esistenza del
punto medio di un segmento.
La Figura 6.6 mostra le implicazioni tra i vari assiomi di continuità, tutte dimostrabili in M .

Dedekind

Archimede CC

Aristotele CE

FIGURA 6.6

Nella trattazione della geometria data fin qui, in accordo con lo spirito di Euclide, non abbiamo
usato numeri per misurare l’ampiezza di angoli e la lunghezza di segmenti. D’ora in avanti, tuttavia,
lo potremo fare. Gli assiomi di continuità ci permettono infatti di enunciare il prossimo teorema,
che discute la possibilità di misurare e ne elenca le proprietà. La dimostrazione richiede gli assiomi
di continuità. Ci sono famose trattazioni della geometria in cui tale teorema è preso come assioma
(ed è detto postulato della riga e del goniometro).

TEOREMA 6.1. A. Esiste un unico modo di assegnare ad ogni angolo una misura in gradi tale che
valgano le seguenti proprietà (Figura 6.7):
0) ( A) è un numero reale tale che 0  ( A)  180 .
1) ( A)  90 se e solo se  A è un angolo retto.
2) ( A)  (B) se e solo se  A  B .
3) Se AC è interna a DAB , allora (DAB)  (DAC)  (CAB) .
4) Per ogni numero reale x compreso tra 0 e 180, esiste un angolo  A tale che ( A)  x .
5) Se B è supplementare di  A , allora ( A)  (B)  180 .
6) ( A)  (B) se e solo se  A  B .

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FIGURA 6.7

B. Sia dato un segmento OI, detto segmento unità. Esiste allora un unico modo di assegnare ad
ogni segmento AB una lunghezza AB tale che valgano le seguenti proprietà:
7) AB è un numero reale positivo e OI  1 .
8) AB  CD se e solo se AB  CD .
9) A B  C se e solo se AC  AB  BC .
10) AB  CD se e solo se AB  CD .
11) Per ogni numero reale positivo x , esiste un segmento AB tale che AB  x .

NOTA. Vediamo il metodo per assegnare le lunghezze. Partiamo da un segmento OI di lunghezza 1.


Ogni segmento ottenuto replicando n copie di OI avrà lunghezza n. Per l’assioma di Archimede,
ogni altro segmento AB avrà l’estremo B tra due punti Bn1 e Bn tali che ABn1  n 1 e ABn  n ;
allora AB dovrà uguagliare ABn1  Bn1 B per la condizione (9) del Teorema 6.1, quindi possiamo
1
assumere n  1 e Bn1  A . Se allora B è il punto medio B1/2 di AB1 , poniamo AB1/2  ; altrimenti B
2
è o in AB1/2 o in B1/2 B1 , diciamo in AB1/2 . Se allora B è il punto medio B1/4 di AB1/2 , poniamo
1
AB1/4  ; altrimenti B è in AB1/4 diciamo, e continuiamo il processo. Eventualmente B si può
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anche ottenere come il punto medio di un qualche segmento di cui si sia determinata la lunghezza,
a
nel qual caso AB sarà determinata da un qualche numero razionale diadico ; oppure il processo
2n
continua indefinitamente, nel qual caso AB sarà il limite di una successione infinita di numeri
razionali diadici, cioè, AB sarà determinato come un decimale infinito in base 2.

DEFINIZIONE 6.4. Usando la notazione in gradi,  A è un angolo acuto se ( A)  90 , ottuso se
( A)  90 . Combinando il Teorema dell’Angolo Esterno e il Teorema 6.1 si ottiene il seguente
corollario, che è essenziale per provare il I Teorema di Legendre.

COROLLARIO 6.1. La somma delle misure in gradi di due angoli qualsiasi di un triangolo è minore
di 180°.

Dim. Dimostriamo per esempio che (ACB)  (CBA)  180 (Figura 6.8). Per il Teorema
dell’Angolo Esterno è DBC  ACB . Inoltre è (ABC)  (DBC)  180 . Segue la tesi. CVD

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ASSIOMI DI CONTINUITÀ

FIGURA 6.8

Osservazione. L’assioma di Archimede (come già detto) è necessario per poter parlare di misura in
gradi degli angoli. Esso però non è necessario per dimostrare il corollario 6.1, il quale può essere
provato anche senza assioma di Archimede, seppur con maggiori difficoltà. Analogo discorso vale
per il corollario 6.2, la famosa disuguaglianza triangolare, che andiamo ad introdurre.

COROLLARIO 6.2 (DISUGUAGLIANZA TRIANGOLARE). Se A, B e C sono tre punti non allineati,


allora AC  AB  BC .

Dim. Consideriamo ancora la Figura 6.8, pensando in origine di avere il solo triangolo ACD in
cui ACD  ADC (la dimostrazione procede in modo analogo se si avesse un altro tipo di ordine
tra gli angoli, semplicemente usando le lettereuuuopportune
v uuuv nel seguito). Per definizione di ordine tra
angoli, esiste una semiretta uscente da C tra CA e CD , che incontrerà il segmento AD in un punto
B tra A e D (per il teorema dello sbarramento), tale che BCD  BDC . I tre punti A, B e C sono
non allineati. Dimostriamo che per essi segue la tesi. BCD  BDC implica BC  BD , quindi
BC  BD (per il teorema 6.1). Poiché sappiamo che a lato maggiore sta opposto angolo maggiore,
ACD  ADC equivale a dire AD  AC , quindi AD  AC (per il teorema 6.1). Inoltre, essendo A-
B-D, si ha AD  AB  BD da cui AD  AB  BD (ancora per il teorema 6.1) e, tenendo conto di
BC  BD , AD  AB  BC . Segue AC  AB  BC . CVD

Il seguente teorema assai importante richiede l’assioma di Archimede per la sua dimostrazione.

TEOREMA 6.2 (I TEOREMA DI LEGENDRE). La somma delle misure in gradi dei tre angoli di un
qualunque triangolo è minore o uguale a 180°.

Tale risultato può apparirvi strano, dal momento che siete abituati a pensare ad una somma esatta di
180° per le ampiezze degli angoli interni di un triangolo. L’esattezza non può però essere provata in
geometria neutrale! Saccheri ha tentato di farlo, ma il miglior risultato che ha ottenuto è: “minore o
uguale”. Nel 1900, Max Dehn mostrò che non vi è alcun modo di dimostrare tale teorema senza
ricorrere all’assioma di Archimede. Vediamo la dimostrazione del I Teorema di Legendre.

Dim.
Per assurdo, supponiamo al contrario che la somma degli angoli di ABC sia maggiore di 180°
(ipotesi RAA), diciamo 180  p , con p numero positivo. È possibile rimpiazzare ABC con un
altro triangolo che ha la stessa somma di angoli di ABC , nel quale però un angolo abbia ampiezza
pari al massimo a metà ampiezza ( A) nel modo seguente. Sia D il punto medio di BC ed E l’unico
suur
punto su AD tale che A-D-E e AD  DE (Figura 6.9). Risulta ABD  ECD per l’assioma C6.
In particolare, BAD  DEC , ABD  DCE .
Dunque, (BAC)  (ABD)  (BCA)  (DAC)  (DEC)  (DCE)  (BCA) . Perciò la
somma delle misure in gradi degli angoli interni di ABC è uguale alla somma delle misure in gradi
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1
degli angoli interni di AEC . Inoltre, o (EAC) o ( AEC)  (BAD)  (BAC) . Di conseguenza
2
il nuovo triangolo AEC , in cui la somma delle misure degli angoli interni è 180  p , ha un
1
angolo di ampiezza in gradi  (BAC) . Si può ripetere la costruzione appena fatta per il AEC ,
2
ottenendo un terzo triangolo, in cui la somma delle misure degli angoli interni è 180  p ma in cui
1
un angolo misura al più (BAC) . La proprietà archimedea dei numeri reali garantisce che se
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ripetiamo tale costruzione più volte, si otterrà un triangolo con somma delle ampiezza degli angoli
pari a 180  p ma con un angolo di ampiezza al più p . La somma delle misure in gradi degli altri
due angoli sarà maggiore o uguale a 180 , contraddicendo il Corollario 6.1 (RAA conclusione).
CVD

FIGURA 6.9

COROLLARIO 6.3. La somma della misura in gradi di due angoli in un triangolo è minore o uguale
alla misura in gradi dell’angolo esterno remoto (Figura 6.10).

( A)  (B)  (BCD)

FIGURA 6.10

Dim.
(BCD)  (BCA)  180 , essendo BCD e BCA supplementari. Inoltre sappiamo anche, per il I
Teorema di Legendre , che (ABC)  (BAC)  (BCA)  180 . Da questa disuguaglianza segue:
(ABC)  (BAC)  180  (BCA) ; ma, essendo 180  (BCA)  (BCD) , questo significa
proprio (ABC)  (BAC)  (BCD) . CVD