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Appunti dalle lezioni di

IMPIANTI TECNICI / TERMOTECNICI

Onorio SARO e Marco MANZAN

25 gennaio 2010
1

Abstract
INFORMAZIONI GENERALI:
La presente dispensa, scritta per il corso di impianti tecnici / termotecnici, tratta i seguenti
argomenti:
Primo modulo:
• Potenze disperse
• Impianti di riscaldamento
• Fabbisogni di energia
• Verifiche termoigrometriche
Secondo modulo:
• Benessere termoigrometrico
• Carichi termici estivi
• Impianti di raffrescamento estivi
• Elementi di illuminotecnica
• Normativa sugli impianti elettrici di corredo.

TESTO CONSIGLIATO:
Progettazione di impianti tecnici G. Moncada Lo Giudice - L. De Santoli Masson Editore
Milano ALTRI TESTI:

Progettazione di impianti tecnici E. Bettanini - P. Brunello CLEUP Padova

RIVISTE:

• La termotecnica

• Condizionamento dell’aria. . . (CDA)

• Heating, piping, air conditioning (HPAC)

Siti di interesse termotecnico:

• http://www.cti2000.it Comitato termotecnico italiano

• http://www.ashrae.com American Society of Heating, Refrigerating and Air-Conditioning


Engineers (associazione di ingegneri termotecnici statunitensi, conta soci in tutto il mondo)

• http://www.aicarr.it Associazione italiana condizionamento dell’aria, riscaldamento,


refrigerazione (collabora con l’ASHRAE)

• http://www.rehva.com REHVA Federation of European Heating and Air Conditioning


Associations
2

• http://www.caleffi.it Caleffi s.p.a. (idronica)

• http://www.isover.it Saint-Gobain Isover Italia s.p.a. (materiali isolanti)

• http://www.riello.it Riello s.p.a. (caldaie e altro)

• http://www.rhoss.it Rhoss s.p.a. (climatizzazione)

• http://www.irsap.it IRSAP s.p.a. (radiatori)

• http://www.delonghi.it De’ Longhi S.p.A. (radiatori e altro)

• —— altri

Si sottolinea che a causa del carattere della pubblicazione numerosi possono essere gli errori e le
imprecisioni nelle citazioni di Leggi e di Norme alle quali si rimanda per una lettura autentica. La
simbologia adottata nella presente dispensa é quella utilizzata nelle più recenti norme tecniche UNI ed
EN anche se alcuni parametri sono calcolati con riferimento a norme precedenti che adottano spesso
una simbologia diversa.
Capitolo 1

POTENZE DISPERSE

1.1 Premessa sul benessere termoigrometrico


Gli impianti di riscaldamento e di condizionamento hanno lo scopo di mantenere un determinato mi-
croclima all’interno dell’edificio, con caratteristiche termoigrometriche ben definite. Le prestazioni
delle persone che svolgono una attività in modo continuativo, all’interno di un ambiente confinato mo-
derato, come nel caso delle abitazioni e negli uffici, dove si fa riferimento al benessere delle persone,
dipendono dalle condizioni termoigrometriche mantenute nell’ambiente. L’accettazione dell’ambien-
te è massima quando le condizioni assumono particolari valori che dipendono dalla attività svolta, dal
vestiario e dalle condizioni soggettive1. L’attività svolta dalle persone viene caratterizzata mediante la
potenza termica prodotta detta potenza metabolica M che se é riferita all’unità di superficie corporea
si esprime di solito mediante una unità di misura incoerente, il “met” che corrisponde alla potenza
metabolica relativa ad una persona distesa a riposo:
1met = 50kCal/hm2 = 58, 2W/m2
Nella Tabella 1.1 sono riportati i valori di potenza metabolica per alcune attività.

Tabella 1.1: Potenze metaboliche corrispondenti ad alcune attività


Attività Potenza metabolica
(met) (W/m2 )
Disteso 0,8 46
Seduto rilassato 1,0 58
Attività sedentaria (ufficio, casa, scuola, laboratorio) 1,2 70
Attività leggera in piedi (compere, laboratorio, industria leggera) 1,6 93
Attività media in piedi (commesso, lavori domestici, ecc.) 2,0 116
Camminare a 2 km/h 1,9 110
Camminare a 3 km/h 2,4 140
Camminare a 4 km/h 2,8 165
Camminare a 5 km/h 3,4 200

Un individuo standard (70 kg di massa e 1,70 m di altezza) ha una superficie corporea di 1,8
2
m , seduto produce dunque circa 100 W.2 La progettazione dell’ambiente termico interno dovrebbe
1
Se nell’ambiente si svolge una attività lavorativa, in tali condizioni anche la produttività diventa massima.
2
La superficie corporea Ab può essere calcolata con la legge di Du Bois per la quale si rimanda al Capitolo 5.

3
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 4

basarsi sulla EN ISO 7730, dove la qualità dell’ambiente termico è espressa dal voto medio previsto
PMV (predcted mean vote) e dalla percentuale prevista di insoddisfatti PPD (predicted percentage of
disatisfied)3 . Il tipo di abbigliamento indossato dalle persone viene caratterizzato mediante l’indice
di resistenza termica degli abiti che viene espresso di solito mediante una unità di misura incoerente:
il “clo” che corrisponde alla resistenza termica di un abito maschile invernale; si ha 1 clo = 0,155
m2 K/W, mentre un abito maschile estivo ha un indice di resistenza termica di 0,5 clo. Gli scam-
bi termici tra gli individui e l’ambiente avvengono prevalentemente per convezione con l’aria alla
temperatura θa e per irraggiamento con le k superfici dell’ambiente alle temperature θk .
Lo scambio termico per irraggiamento tra individuo e ambiente, è espresso nel modo seguente:
!
X  X X
Φr = Ap εp σFpk Tp4 − Tk4 = Ap εp σ Tp4 Fpk − Fpk Tk4
k k k
P
siccome k Fpk = 1 per la definizione dei fattori di vista, si ha:
!
X
Φr = Ap εp σ Tp4 − Fpk Tk4
k

che viene sinteticamente espresso come:



Φr = Ap εp σ Tp4 − Tmr
4

dove sX
Tmr = 4 Fpk Tk4
k

è la temperatura assoluta media radiante.


Se, come succede negli ambienti moderati, le temperature delle superfici dell’ambiente non sono
molto diverse tra loro4 la temperatura media radiante si può assumere come temperatura media pesata
delle temperature superficiali: P
Ak θk
θmr ≃ Pk
k Ak
dove, ovviamente, θ mr = Tmr − 273, 15 è espressa in ◦ C. Introducendo il coefficiente di scambio
termico per irraggiamento
hr = εp σ(Tp + Tmr )(Tp2 + Tmr 2
)
o se Tp e Tmr non sono molto diverse tra loro

hr ≃ 4εp σTm3

con
Tp + Tmr
Tm =
2
si può scrivere:
Φr = hr Ap (θp − θmr )
3
Per i dettagli si rimanda al Capitolo 5.
4
É sufficiente che |Tk − Tj | < 0, 2 min {Tk } (cioè che la massima differenza tra le temperature superficiali sia
inferiore al 20% della minima temperatura assoluta) affinché l’errore sia inferiore al 5%.
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 5

mentre il flusso scambiato per convezione è:

Φc = hc Ap (θp − θa )

Globalmente il flusso scambiato da una persona può essere espresso come segue:

Φp = Φc + Φr = (hc + hr )Ap (θ p − θo )

dove θo è la temperatura operante che è una media pesata della temperatura dell’aria e della tempera-
tura media radiante; cioè
θo = Bθa + (1 − B)θmr
Per basse velocità dell’aria ambiente, come in assenza di impianti ad aria, va ≤ 0, 2 → B = 0, 5 ed in
tal caso la temperatura operante θo è la media aritmetica tra la temperatura dell’aria e la temperatura
media radiante. La ”temperatura operante” è cosı̀ il parametro che caratterizza l’ambiente dal punto
di vista termico per quanto riguarda le condizioni di benessere delle persone. Per una percentuale di
insoddisfatti PPD< 10%5 le condizioni ottimali di temperatura operante al variare dell’abbigliamento
e dell’attività svolta sono rappresentate in Figura 1.1, per altre percentuali di insoddisfatti .

Figura 1.1: Andamenti della temperatura operante ottimale (isoterme di neutralità)in funzione del-
l’abbigliamento e dell’attività, curve A; sono riportate le fasce ammissibili di variazione B
in cui valgono gli scostamenti ammissibili (riportati negli ovali) della temperatura operan-
te dell’ambiente rispetto a quella ottimale per mantenere la percentuale di insoddisfatti al
di sotto del 10%. X e K rappresentano la resistenza termica degli abiti espressa rispettiva-
mente in “clo” e in m2K/W; Y e Z rappresentano il metabolismo espresso rispettivamente
in “met” e in W/m2 .

La conoscenza degli scambi termici tra l’edificio e l’ambiente esterno é fondamentale per il calco-
lo delle potenze massime necessarie a garantire il benessere interno al variare delle condizioni clima-
tiche e per il calcolo del fabbisogno di energia per la climatizzazione sia nella stagione invernale che
5
Dalle indagini statistiche si rileva che la percentuale di insoddisfatti non scende mai sotto il 5%.
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 6

in quella estiva. Un edificio scambia calore con l’esterno attraverso le strutture che costituiscono l’in-
volucro e mediante i flussi d’aria dovuti a infiltrazioni e rinnovi controllati. Nel calcolo degli scambi
attraverso le strutture si deve tener conto dell’effetto dell’irraggiamento solare entrante attraverso le
strutture finestrate e nel calcolo dei flussi d’aria si deve tener conto dell’azione del vento.

1.2 Potenze massime disperse nel periodo invernale


Gli impianti devono essere dimensionati in modo tale che la loro massima potenza permetta di far
fronte alle condizioni più gravose prevedibili in base alla conoscenza della storia climatica della loca-
lità in cui è realizzato l’edificio ed in base all’utilizzo al quale è destinato. Affinché si possa svolgere
con continuità l’attività desiderata all’interno di un edificio ci si prefigge di mantenere le condizioni
termiche e igrometriche interne costanti mentre le condizioni esterne sono variabili nel tempo. In in-
verno, in particolare nei periodi piú rigidi quando le dispersioni sono massime, la temperatura interna
viene mantenuta quasi costante mentre la temperatura esterna oscilla poco attorno a valori medi sen-
sibilmente inferiori alla temperatura interna. Pertanto, per il calcolo delle potenze disperse massime
é universalmente accettato un calcolo in regime stazionario. Per il calcolo della massima potenza di
riscaldamento si considera la situazione piú gravosa per l’impianto e quindi assenza di irraggiamento
solare e di apporti interni(condizioni di progetto). Per il dimensionamento dell’impianto di riscalda-
mento si procede al calcolo del carico termico per ogni singolo vano. Per un predimensionamento di
massima dell’impianto, talvolta, si procede per un insieme di vani (al limite tutto l’edificio) come un
singolo vano e poi si suddivide la potenza sui singoli vani. 6
Le dispersioni complessive di progetto dell’i−esimo vano riscaldato si calcolano con la seguente
equazione,
Φi = ΦT,i + ΦV,i (1.1)
in cui ΦT,i sono le dispersioni di progetto per trasmissione e ΦV,i sono le dispersioni di progetto per
ventilazione.
La potenza dispersa per trasmissione attraverso l’involucro ΦT viene rappresentata come somma
di diversi contributi a seconda delle caratteristiche e delle condizioni al contorno degli elementi che
costituiscono l’involucro dell’edificio (pareti verso l’esterno, pareti verso ambienti non riscaldati,
pareti e pavimenti a contatto col terreno, finestre).
Per il singolo vano abbiamo:

ΦT,i = (HT,ie + HT,iue + HT,ig + HT,ij ) (θint,i − θe ) (1.2)

dove:

HT,ie coefficiente di dispersione termica per trasmissione dallo spazio riscaldato (i) verso l’esterno
(e) attraverso l’involucro dell’edificio;
HT,iue coefficiente di dispersione termica per trasmissione dallo spazio riscaldato (i) verso l’ester-
no (e) attraverso lo spazio non riscaldato (u);
HT,ig coefficiente di dispersione termica per trasmissione verso il terreno, in condizioni di regime
permanente, dallo spazio riscaldato (i) verso il terreno (g);
6
La Norma UNI EN 12831 IMPIANTI DI RISCALDAMENTO NEGLI EDIFICI METODO DI CALCOLO DEL
CARICO TERMICO DI PROGETTO prevede il calcolo per singolo vano e solo successivamente il calcolo per l’intero
edificio o unità immobiliare come somma degli scambi termici dei singoli vani al netto degli scambi interni tra vani
riscaldati a temperature diverse.
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 7

HT,ij coefficiente di dispersione termica per trasmissione dallo spazio riscaldato (i) a uno spazio
adiacente (j) riscaldato ad una temperatura significativamente diversa, per esempio uno spa-
zio riscaldato adiacente all’interno della porzione entità di edificio o uno spazio riscaldato di
una porzione entità di edificio adiacente;
θint,i temperatura interna di progetto dello spazio riscaldato (i);
θe temperatura esterna di progetto.

I valori della temperatura esterna di progetto θe sono fissati dalla Legge (D.M.10/03/1977 e succes-
sive modifiche), in funzione della provincia e del comune di appartenenza dell’edificio; tali valori
sono riportati in una tabella nell’allegato NA della Norma UNI EN 12831 e vanno corretti secondo
modalità fissate nello stesso decreto e nella Norma UNI 10349 per tener conto della variazione della
∆θ 1
temperatura con la quota secondo un gradiente di ∆z ≃ − 200 K/m, dell’esposizione ai venti che vale
-0,5÷ -1 K per edifici in piccoli agglomerati e −1 ÷ −2 K per edifici isolati; ulteriore correzione di
−1 ÷ −2 K è prevista per edifici più alti di quelli adiacenti (solo per i piani sporgenti).

1.2.1 Dispersioni termiche direttamente verso l’esterno


Il flusso termico disperso attraverso le pareti rivolte all’esterno viene tradizionalmente espresso come
prodotto tra un coefficiente di scambio termico globale (trasmittanza o trasmittanza equivalente) U,
un area caratteristica della parete, una differenza di temperatura ed un coefficiente di maggiorazione
in funzione della esposizione della parete; a questo flusso termico si aggiunge quello dovuto ai ponti
termici lineari. Pertanto il coefficiente di dispersione termica di progetto per trasmissione diretta verso
l’esterno viene calcolato nel seguente modo:
p pt
X X
HT,ie = Aj Uj ej + Ψk Lk ek (1.3)
j=1 k=1

dove:

p numero di pareti rivolte verso l’esterno


Aj area della j-esima parete
Uj trasmittanza della j-esima parete 7
ej coefficiente di esposizione della j-esima parete
ek coefficiente di esposizione del k-esimo ponte termico
pt numero di ponti termici rivolti verso l’esterno
Ψk coefficiente di dispersione del k-esimo ponte termico (trasmittanza lineica) 8 ;
Lk lunghezza del k-esimo ponte termico

Il primo termine della (1.3) rappresenta lo scambio termico tra l’ambiente interno e l’ambiente
esterno, per unità di salto termico, nell’ipotesi di flusso termico monodimensionale e regime stazio-
nario. La seconda sommatoria della (1.3) tiene conto delle disomogeneità presenti nelle pareti, e della
NON monodimensionalità del flusso termico introducendo i ponti termici: percorsi preferenziali per
7
Per il calcolo delle trasmittanze fare riferimento alla Norma UNI EN 6946
8
Per il calcolo semplificato delle trasmittanze lineiche fare riferimento alla Norma UNI EN ISO 14683 mentre per il
calcolo dettagliato mediante metodi numerici fare riferimento alla Norma UNI EN ISO 10211
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 8

il flusso termico. Il coefficiente ΨL viene detto anche trasmittanza lineica, e si misura in W/(m K).
Per il calcolo dei ponti termici si rimanda al paragrafo 1.2.4.
I coefficienti di esposizione ej ed ek per la norma europea EN 12831 sono pari all’unità mentre
nella versione italiana UNI EN 12831:2006 in cui è aggiunto un allegato nazionale NA sono maggiori
dell’unità, come retaggio della vecchia normativa 9 .

N 1,20

1,15 1,20

1,10 1,15

1,05 1,10

1,00

Figura 1.2: Coefficienti di esposizione secondo la norma UNI EN 12831:2006 Allegato NA

1.2.2 Trasmittanza di una parete


La trasmittanza o anche coefficiente di scambio termico globale per una parete piana risulta:
1
U= ns n
X sj X
Rsi + + Rk + Rse
j=1
λj k=1

dove:

Rsi Resistenza termica superficiale interna pari al reciproco di hi coefficiente di scambio superfi-
ciale (coefficiente o adduttanza liminare) interno;
si spessore dello strato generico [m]
λj conduttività termica dello strato [W/(m K)] , è specificata nella norma UNI 10351, oppure
certificato dal produttore del materiale assume valori compresi tra 3 e 0,03 W/(m K) per la
pietra e per isolanti asciutti, rispettivamente.
Rk resistenza termica per unità di superficie degli strati non omogenei [m2 K / W], è specificata
nella norma UNI 10355 per i diversi tipi di materiale da costruzione non omogeneo (es. strati
di parete in laterizi e malta).
Rse Resistenza termica superficiale esterna pari al reciproco di he coefficiente di scambio super-
ficiale (coefficiente o adduttanza liminare) esterno;
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 9

hi he

Figura 1.3: Parete piana multistrato

Nella tabella 1.2 sono riportati i valori della resistenza superficiale interna Rsi = h1i ed esterna
Rse = h1e come fissati nella Norma UNI EN ISO 6946. I coefficienti superficiali sono la somma del
coefficiente convettivo hc e del coefficiente radiativo hr . Quello interno dipende dalla direzione del
flusso termico che influenza la componente dello scambio termico dovuta alla convezione naturale
che in presenza di flusso termico discendente produce stratificazione e quindi coefficienti di scambio
minori. D’altro canto, la componente convettiva sulle superfici esterne è dovuta prevalentemente al
vento e quindi corrisponde ad una convezione forzata che è indipendente dalla direzione del flusso.
Si può definire la trasmittanza anche per pareti con strati non omogenei, non piane e anche a spessori
variabili; per un calcolo dettagliato delle trasmittanze di elementi opachi si rimanda alla UNI EN
694610 .

Tabella 1.2: Resistenze termiche superficiali (in m2 K/W)


Direzione del flusso termico
Ascendente Orizzontale Discendente
Rsi 0,10 0,13 0,17
Rse 0,04 0,04 0,04

Nelle pareti sono abbastanza comuni le intercapedini d’aria che sono strati dal comportamento
particolare per la presenza dell’irraggiamento tra le superfici affacciate, la conduzione termica nello
strato d’aria e la componente convettiva che aumenta all’aumentare dello spessore. Nella tabella 1.3
ripresa dalla Norma UNI EN ISO 6946 sono riportati i valori della resistenza termica di intercapedini
d’aria le cui superfici sono ad elevata emissivitá.
Si ricorda che, nelle ristrutturazioni di edifici esistenti con superficie utile non superiore a 1000
m2 i valori della trasmittanza degli elementi costituenti l’involucro sono limitati per legge; si fac-
cia riferimento al al D.P.R. n.59/2009, art. 4 ed al Decreto Legislativo 311/2006 (modifica del D.l.
192/2005), in particolare all’Articolo 3 per individuare il caso in cui si ricade ed all’Allegato C per
i valori di riferimento ai quali rimanda il già citato D.P.R. 59/2009. Allo scopo di facilitare la scelta
9
Secondo l’allegato NA alla UNI EN 12831 i coefficienti per le diverse esposizioni prevedono aumenti delle dispersioni
che ‘’tengono conto dell’insolazione normale, del diverso grado di umidità delle pareti, della diversa velocità e temperatura
dei venti”. Valori limite: e = 1 per parete esposta a SUD, e = 1, 2 per parete esposta a NORD o a NORD-EST mentre
non è previsto nessun aumento delle dispersioni per le coperture che nella realtà sono tra le pareti più esposte, soprattutto
a causa dell’elevato reirraggiamento verso la volta celeste nelle notti con cielo limpido.
10
Nel rispetto di questa Norma, nei calcoli bisogna utilizzare valori di trasmittanza e di resistenza termica con tre cifre
significative ed i risultati vanno presentati con due cifre decimali in (W/m2 K) per le trasmittanze ed in (m2 K/W) per le
resistenze termiche
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 10

Tabella 1.3: Resistenze termiche (in m2 K/W) di intercapedini d’aria non ventilate con superfici ad
alta emissivitá
Spessore Direzione del flusso termico
dell’intercapedine
mm Ascendente Orizzontale Discendente
0 0,00 0,00 0,00
5 0,11 0,11 0,11
7 0,13 0,13 0,13
10 0,15 0,15 0,15
15 0,16 0,17 0,17
25 0,16 0,18 0,19
50 0,16 0,18 0,21
100 0,16 0,18 0,22
300 0,16 0,18 0,23

delle pareti, per i casi più comuni, si riportano le tabelle di trasmittanze limite dell’Allegato C del D.L.
311/200611. Inoltre, per tutti gli edifici nelle zone climatiche C, D, E ed F, (nuovi o in ristrutturazione)
non industriali, le trasmittanze delle strutture di separazione da altri edifici o altre unità abitative sono
limitate per legge a 0,8 W/(m2 K). Il medesimo limite deve essere rispettato per le strutture opache
(verticali, orizzontali o inclinate) che delimitano verso l’esterno gli ambienti non dotati di impianto
di riscaldamento.

Tabella 1.4: Valori limite della trasmittanza termica U in W/(m2 K) per le strutture opache rivolte all’e-
sterno o verso vani non riscaldati, di ampliamenti inferiori al 20% e per la ristrutturazione
integrale degli elementi edilizi costituenti l’involucro di edifici esistenti di superficie utile
non superiore a 1000 m2
Valori limite della trasmittanza termica U delle strutture opache verticali
Zona climatica pareti verticali coperture pavimenti
verso l’esterno orizzontali verso l’esterno
o verso vani non riscaldati o inclinate o verso vani non riscaldati
A 0,62 0,38 0,65
B 0,48 0,38 0,49
C 0,40 0,38 0,42
D 0,36 0,32 0,36
E 0,34 0,30 0,33
F 0,33 0,29 0,32

Per gli edifici pubblici i valori di trasmittanza limite sono diminuiti del 10% rispetto a quelli
presenti in Tabella 1.4.

1.2.3 Calcolo delle dispersioni degli elementi finestrati


Le dispersioni attraverso i componenti finestrati possono essere espresse in forma analoga alla (??)
11
Nelle tabelle i limiti sono riportati per Zona climatica. Per la definizione delle zone climatiche si rimanda al capitolo
sul Fabbisogno di energia
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 11

Φw = Uw Aw ∆θ

dove Uw rappresenta la trasmittanza dell’elemento ed Aw l’area lorda del foro che contiene l’elemento
finestrato.
Un metodo per il calcolo dettagliato della trasmittanza delle strutture finestrate è presentato nella
norma UNI EN ISO 10077, dove, nel caso di serramento semplice, la trasmittanza risulta essere una
media pesata della trasmittanza del vetro, del telaio e del ponte termico tra di essi come segue:
Ag Ug + Af Uf + Ψlg Lg
Uw =
Ag + Af
dove:
Ag area netta della parte vetrata,
Ug trasmittanza della parte vetrata,
Af proiezione sul piano della finestra della superficie del telaio,
Uf trasmittanza del telaio della finestra,
Ψlg trasmittanza lineica del ponte termico tra le lastre di vetro ed il telaio,
Lg lunghezza del ponte termico tra le lastre di vetro ed il telaio.
Nel calcolo della trasmittanza Ug della parte trasparente, in assenza di informazioni, si assume per
il vetro una conduttività termica λg = 1, 0 W/(m K).
Nel caso di serramenti con pannelli opachi (di solito le porte) la trasmittanza si calcola, in modo
analogo, come media pesata della parte trasparente, dei pannelli opachi e del telaio. Indicando con
UD la trasmittanza di questi elementi, si ricava:
Ag Ug + Ap Up + Af Uf + Ψlg Lg + Ψlp Lp
UD =
Ag + Ap + Af
dove, in aggiunta alle definizioni precedenti:
Ap area netta dei pannelli opachi,
Up trasmittanza dei pannelli opachi,
Ψlp trasmittanza lineica del ponte termico tra i pannelli opachi ed il telaio,
Lp lunghezza del ponte termico tra i pannelli opachi ed il telaio.
Nella Tabella 1.5 sono riportati i valori di trasmittanza della parte vetrata per finestre a doppio
vetro, mentre nella Tabella 1.6 sono riportati i valori di trasmittanza della parte vetrata per finestre a
triplo vetro. Le trasmittanze riportate nelle tabelle 1.5 e 1.6 sono state calcolate secondo la Norma
EN 673 con riferimento ai dati di emissività, spessori e concentrazioni di gas come indicato. Le inter-
capedini sono ermetiche e riempite con aria o gas senza vapore acqueo che altrimenti condenserebbe
nelle giornate fredde. Si ricordi che l’emissività e le concentrazioni di gas nelle intercapedini possono
cambiare nel tempo, inoltre può penetrare vapore acqueo. A tale riguardo esistono Norme europee
che consentono di valutare l’effetto dell’invecchiamento sulle proprietà termiche dei sistemi vetrati
(PrEN 1279-1 ed EN 1279-3). Nella Figura 1.4 sono riportati gli andamenti delle trasmittanze di telai
in legno al variare dello spessore del telaio.
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 12

Tabella 1.5: Trasmittanza termica Ug in W/(m2 K) per sistemi a doppi vetri riempiti con gas diversi
Sistema vetrato Tipo di gas nelle intercapedini
Concentrazione del gas ≥ 90%
tipo emissività in spessori Aria Argon Krypton SF6
vetro direzione normale (mm)
Uncoated 4-6-4 3,3 3,0 2,8 3,0
glass 4-9-4 3,0 2,8 2,6 3,1
(normal 0,89 4-12-4 2,9 2,7 2,6 3,1
glass) 4-15-4 2,7 2,6 2,6 3,1
4-20-4 2,7 2,6 2,6 3,1
One pane 4-6-4 2,9 2,6 2,2 2,6
coated 4-9-4 2,6 2,3 2,0 2,7
glass ≤ 0,4 4-12-4 2,4 2,1 2,0 2,7
4-15-4 2,2 2,0 2,0 2,7
4-20-4 2,2 2,0 2,0 2,7
One pane 4-6-4 2,7 2,3 1,9 2,3
coated 4-9-4 2,3 2,0 1,6 2,4
glass ≤0,2 4-12-4 1,9 1,7 1,5 2,4
4-15-4 1,8 1,6 1,6 2,5
4-20-4 1,8 1,7 1,6 2,5
One pane 4-6-4 2,6 2,2 1,7 2,1
coated 4-9-4 2,1 1,7 1,3 2,2
glass ≤0,1 4-12-4 1,8 1,5 1,3 2,3
4-15-4 1,6 1,4 1,3 2,3
4-20-4 1,6 1,4 1,3 2,3
One pane 4-6-4 2,5 2,1 1,5 2,0
coated 4-9-4 2,0 1,6 1,3 2,1
glass ≤0,05 4-12-4 1,7 1,3 1,1 2,2
4-15-4 1,5 1,2 1,1 2,2
4-20-4 1,5 1,2 1,2 2,2

Nella Tabella 1.7 sono riportati i valori da adottare per le trasmittanze lineari dei ponti termici, che
si hanno nel caso di doppi o tripli vetri, in corrispondenza del collegamento sistema vetrato–telaio.
Per disporre di valori di Trasmittanza termica di finestre per un utilizzo immediato si può fare
riferimento alla Tabella 1.8 per finestre a vetro singolo ed alla tabella 1.9 per finestre a doppi e tripli
vetri.
Si rimanda al testo della norma per i dati di dettaglio: trasmittanze della parte vetrata con lastre
di spessori diversi, trasmittanze di telai metallici con e senza taglio termico e per casi più complicati,
come i doppi serramenti o i serramenti composti, che sullo stesso telaio presentano due ante, una
apribile verso l’interno ed una verso l’esterno. Si ricorda che, come per le strutture opache, nelle
ristrutturazioni di edifici esistenti con superficie utile non superiore a 1000 m2 i valori della trasmit-
tanza delle strutture trasparenti, costituenti l’involucro sono limitati per legge; si faccia riferimento al
al D.P.R. n.59/2009, art. 4 ed al Decreto Legislativo 311/2006 (modifica del D.l. 192/2005), in parti-
colare all’Articolo 3 per individuare il caso in cui si ricade ed all’Allegato C per i valori di riferimento
ai quali rimanda il già citato D.P.R. 59/2009. Nella Tabella 1.10 sono riportati i valori limite della
trasmittanza delle strutture trasparenti ed è la copia della Tabella 4a dell’Allegato C al D.L. 311/2006.
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 13

Tabella 1.6: Trasmittanza termica Ug in W/(m2 K) per sistemi a tripli vetri riempiti con gas diversi
Sistema vetrato Tipo di gas nelle intercapedini
Concentrazione del gas ≥ 90%
tipo emissività in spessori Aria Argon Krypton SF6
vetro direzione normale (mm)
Uncoated 4-6-4-6-4 2,3 2,1 1,8 2,0
(normal) 0,89 4-9-4-9-4 2,0 1,9 1,7 2,0
glass 4-12-4-12-4 1,9 1,8 1,6 2,0
Two panes 4-6-4-6-4 2,0 1,7 1,4 1,6
coated ≤ 0,4 4-9-4-9-4 1,7 1,5 1,2 1,6
4-12-4-12-4 1,5 1,3 1,1 1,6
Two panes 4-6-4-6-4 1,8 1,5 1,1 1,3
coated ≤0,2 4-9-4-9-4 1,4 1,2 0,9 1,3
4-12-4-12-4 1,2 1,0 0,8 1,4
Two panes 4-6-4-6-4 1,7 1,3 1,0 1,2
coated ≤0,1 4-9-4-9-4 1,3 1,0 0,8 1,2
4-12-4-12-4 1,1 0,9 0,6 1,2
Two panes 4-6-4-6-4 1,6 1,3 0,9 1,1
coated ≤0,05 4-9-4-9-4 1,2 0,9 0,7 1,1
4-12-4-12-4 1,0 0,8 0,5 1,1

Tabella 1.7: Trasmittanza termica lineare Ψg in W/(m K) per distanziatori tra le lastre con prestazioni
termiche migliorate
Tipo di sistema vetrato
Tipo di telaio Doppio o triplo Doppio o triplo
vetro uncoated vetro bassoemissivo
con aria o gas una lastra trattata per i doppi vetri
due lastre trattate per i tripli vetri
con aria o gas
in legno o PVC 0,05 0,06
metallico con taglio termico 0,06 0,08
metallico senza taglio termico 0,01 0,04

1.2.4 Calcolo dei ponti termici


L’approssimazione di flusso termico monodimensionale è accettabile per la zona centrale di pareti
piane, costituite da strati piani e omogenei, caratterizzate da un rapporto tra spessore ed altre dimen-
sioni minore di 1/10. In prossimità dei bordi, ad esempio all’unione tra due pareti ad angolo ecc., o
in presenza di disomogeneità degli strati, il flusso termico è distorto, risultando NON monodimensio-
nale. Come esempio importante di disomogeneità degli strati si consideri la presenza di un pilastro in
c.a. intermedio. In corrispondenza del pilastro la conduttanza termica è maggiore, con conseguente
aumento del flusso termico nella zona del pilastro. In queste ed altre situazioni il flusso termico è
maggiore rispetto a quello calcolato con l’ipotesi di strati omogenei e di flussi monodimensionali, si
è in presenza di vie preferenziali per lo scambio termico chiamate ponti termici. Per quanto riguarda
le potenze disperse, i ponti termici che rivestono maggiore importanza hanno solitamente uno svi-
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 14

Figura 1.4: Trasmittanza Uf di telai in legno ed in legno con protezione metallica in funzione dello
spessore del telaio valutato in direzione perpendicolare al piano della finestra, per legno
di tipo pesante e leggero (da ISO/DIS 10077-1).

Tabella 1.8: Trasmittanza termica Uw in W/(m2 K) per finestre a vetro singolo con una percentuale di
area frontale di telaio del 20% al variare della trasmittanza del telaio
Ug Uf
2
W/(m K) W/(m2 K)
con 20% di area di telaio
0,8 1,0 1,2 1,4 1,6 1,8 2,0 2,2 2,6 3,0 3,4 3,8 7,0
5,7 4,7 4,8 4,8 4,8 4,9 4,9 5,0 5,0 5,1 5,2 5,2 5,3 6,0

luppo lineare12 . Le dispersioni attraverso i ponti termici vengono calcolate mediante un coefficiente
che tiene conto delle disomogeneità presenti nelle pareti, e della NON monodimensionalità del flusso
termico attraverso di esse. Il coefficiente di ponte termico Ψl viene detto anche trasmittanza lineica,
e si misura in W/(m K). Nella norma UNI EN ISO 14683:2001 sono presentati valori di Ψl precal-
colati per le strutture più comuni13 , in alternativa, nella stessa norma si rimanda a calcoli semplificati
12
I ponti termici puntuali, che interessano zone limitate per i quali la zona più critica è individuabile da un punto sulla
superficie della parete, hanno una scarsa influenza sul flusso termico totale scambiato dalla parete, mentre hanno una
notevole importanza per i valori minimi di temperatura superficiale interna e rappresentano punti in cui aumenta molto il
rischio di condensa
13
Nella UNI EN ISO 14683 sono presenti tre valori di Ψl per ogni tipologia di ponte termico: Ψe sono per le dispersioni
della parete calcolate con riferimento alle superfici esterne, Ψi per le dispersioni riferite alle superfici interne e Ψoi sono
per le dispersioni riferite alle superfici interne lorde, cioè calcolate ignorando l’ingombro delle pareti interne. Inoltre, va
tenuto presente che i coefficienti Ψl presenti nella norma europea fanno riferimento al giunto nel suo complesso, pertanto
se si vuole riferire il ponte termico alla parete, nel caso di ponti termici d’angolo come quelli che si hanno tra due pareti
esterne o tra una parete esterna ed un solaio o una copertura, il coefficiente va conteggiato metà per una struttura e metà
per l’altra.
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 15

Tabella 1.9: Trasmittanza termica Uw in W/(m2 K) per finestre a vetro doppio e triplo, con distanziatori
tra le lastre con prestazioni termiche migliorate, con una percentuale di area frontale di
telaio del 20%, al variare della trasmittanza del telaio e del sistema vetrato
Ug Uf
W/(m2 K) W/(m2 K)
con 20% di area di telaio
0,8 1,0 1,2 1,4 1,6 1,8 2,0 2,2 2,6 3,0 3,4 3,8 7,0
3,3 2,9 3,0 3,0 3,1 3,1 3,1 3,2 3,2 3,3 3,4 3,5 3,6 4,1
3,2 2,9 2,9 2,9 3,0 3,0 3,1 3,1 3,2 3,2 3,3 3,4 3,5 4,0
3,1 2,8 2,8 2,9 2,9 2,9 3,0 3,0 3,1 3,2 3,2 3,3 3,4 3,9
3,0 2,7 2,7 2,8 2,8 2,9 2,9 2,9 3,0 3,1 3,2 3,2 3,3 3,8
2,9 2,6 2,7 2,7 2,7 2,8 2,8 2,9 2,9 3,0 3,1 3,2 3,2 3,7
2,8 2,5 2,6 2,6 2,7 2,7 2,7 2,8 2,8 2,9 3,0 3,1 3,2 3,7
2,7 2,5 2,5 2,5 2,6 2,6 2,7 2,7 2,8 2,8 2,9 3,0 3,1 3,6
2,6 2,4 2,4 2,5 2,5 2,5 2,6 2,6 2,7 2,6 2,8 2,9 3,0 3,5
2,5 2,3 2,3 2,4 2,4 2,5 2,5 2,5 2,6 2,5 2,8 2,8 2,9 3,4
2,4 2,2 2,3 2,3 2,3 2,4 2,4 2,5 2,5 2,4 2,7 2,8 2,8 3,3
2,3 2,1 2,2 2,2 2,3 2,3 2,3 2,4 2,4 2,4 2,6 2,7 2,8 3,3
2,2 2,1 2,1 2,1 2,2 2,2 2,3 2,3 2,4 2,3 2,5 2,6 2,7 3,2
2,1 2,0 2,0 2,1 2,1 2,1 2,2 2,2 2,3 2,2 2,4 2,5 2,6 3,1
2,0 1,9 2,0 2,0 2,0 2,1 2,1 2,2 2,3 2,3 2,4 2,5 2,6 3,1
1,9 1,8 1,9 1,9 2,0 2,0 2,0 2,1 2,2 2,3 2,3 2,5 2,5 3,0
1,8 1,8 1,8 1,8 1,9 1,9 2,0 2,0 2,1 2,2 2,3 2,3 2,4 2,9
1,7 1,7 1,7 1,8 1,8 1,8 1,9 1,9 2,0 2,1 2,2 2,3 2,3 2,9
1,6 1,6 1,6 1,7 1,7 1,8 1,8 1,8 1,9 2,0 2,1 2,2 2,3 2,8
1,5 1,5 1,6 1,6 1,6 1,7 1,7 1,8 1,9 1,9 2,0 2,1 2,2 2,7
1,4 1,4 1,5 1,5 1,6 1,6 1,6 1,7 1,8 1,9 1,9 2,0 2,1 2,6
1,3 1,4 1,4 1,4 1,5 1,5 1,6 1,6 1,7 1,8 1,9 1,9 2,0 2,5
1,2 1,3 1,3 1,4 1,4 1,4 1,5 1,5 1,6 1,7 1,8 1,9 1,9 2,5
1,1 1,2 1,2 1,3 1,3 1,4 1,4 1,4 1,5 1,6 1,7 1,8 1,9 2,4
1,0 1,1 1,2 1,2 1,2 1,3 1,3 1,4 1,5 1,5 1,6 1,7 1,8 2,3
0,9 1,0 1,1 1,1 1,2 1,2 1,2 1,3 1,4 1,5 1,5 1,6 1,7 2,2
0,8 1,0 1,0 1,0 1,1 1,1 1,2 1,2 1,3 1,4 1,5 1,5 1,6 2,1
0,7 0,9 0,9 1,0 1,0 1,0 1,1 1,1 1,2 1,3 1,4 1,5 1,5 2,1
0,6 0,8 0,8 0,9 0,9 1,0 1,0 1,0 1,1 1,2 1,3 1,4 1,5 2,0
0,5 0,7 0,8 0,8 0,8 0,9 0,9 1,0 1,1 1,1 1,2 1,3 1,4 1,9

Tabella 1.10: Valori limite della trasmittanza termica Uw in W/(m2 K), per le chiusure trasparenti com-
prensive degli infissi, per ampliamenti inferiori al 20% e per la ristrutturazione integrale
degli elementi edilizi costituenti l’involucro di edifici esistenti di superficie utile non
superiore a 1000 m2
Valori limite della trasmittanza termica U delle chiusure trasparenti
Zona climatica dall’1 gennaio 2008 dall’1 gennaio 2010
A 5,0 4,6
B 3,6 3,0
C 3,0 2,6
D 2,8 2,4
E 2,4 2,2
F 2,2 2,0
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 16

(mediante formule) 14 , ad altri abachi di ponti termici precalcolati oppure si rimanda alla la UNI EN
ISO 10211 (calcolo dettagliato dei ponti termici mediante simulazioni numeriche)15 .
L’influenza globale dei ponti termici sulle dispersioni si aggira attorno al 10 ÷ 15% e, ovviamen-
te, aumenta al diminuire delle altre dispersioni. L’importanza dei ponti termici è data dal prodotto
lunghezza · trasmittanza lineica pertanto i più importanti, per trasmittanza o per lunghezza, di solito
sono i giunti orizzontali tra solai e pareti, i giunti verticali tra pareti esterne portanti ed i giunti tra telai
delle finestre e pareti. I ponti termici sono dannosi anche perchè in corrispondenza ad essi si mani-
festa un abbassamento della temperatura superficiale interna con conseguente aumento del rischio di
condensa superficiale e della formazione di muffe (umidità relativa locale superiore all’80%); questo
avviene anche per ponti termici di estensione trascurabile (ad esempio la giunzione tra tre pareti: due
verticali ed una orizzontale). Pertanto, è consigliabile adottare delle tecniche costruttive tali da evita-
re i ponti termici, ad esempio con isolamenti aggiuntivi in corrispondenza dei giunti tra pareti ed in
corrispondenza di cordoli e pilastri.

1.3 Calcolo della dispersione per strutture a contatto col terreno


A differenza di quanto succede per le pareti rivolte verso l’esterno, per calcolare correttamente gli
scambi termici attraverso il terreno non si puó considerare il fenomeno stazionario, in particolare per
le variazioni di temperatura esterna nell’arco dell’anno. Infatti, la profondità di penetrazione16 della
oscillazione giornaliera è di pochi centimetri mentre quella annuale è dell’ordine dei metri.
Ad esempio, considerando un terreno costituito da ghiaia, le cui proprietà termofisiche sono ri-
portate nella Tabella 1.11 si ha che la profondità di penetrazione giornaliera (con periodo τ 0 = 86400
secondi) risulta:
s r
τ 0λ 2, 0 · 86400
δ= = = 0, 166 m
πρc 3, 1416 · 2, 0 · 106

mentre la profondità di penetrazione annuale (τ 0 = 86400 · 365 secondi) è:



δ = 0, 166 · 365 = 3, 17 m

Per quanto riguarda questo tipo di strutture la norma di riferimento è la UNI EN ISO 13370. In
essa il flusso termico è calcolato sommando tre contributi: quello stazionario, quello dovuto alla varia-
zione periodica della temperatura interna e quello dovuto alla variazione periodica della temperatura
esterna. In generale, quindi, il flusso attraverso il terreno, da intendersi come valore medio mensile,
si esprime come segue:
   
b m−τ +α b m−τ −β
ΦG = Hg (θ̄i − θ̄e ) + Hpiθ i cos 2π + Hpe θe cos 2π (1.4)
12 12
dove:
14
Nel foglio aggiuntivo 3 (FA3) della Norma UNI 7357:1976 erano presenti formule per il calcolo semplificato dei
ponti termici ma tale Norma ed il foglio aggiuntivo corrispondente sono stati ritirati e pertanto non sono più utilizzabili.
15
Esistono numerosi programmi per la simulazione numerica della conduzione del calore in 2D e 3D; tra questi si
segnala il software libero THERM specializzato per il calcolo 2D dei ponti termici, anche nei serramenti; THERM è
scaricabile, assieme ad altri programmi, dal sito http://windows.lbl.gov/ nella sezione software.
16
La profondità di penetrazione di un’onda termica è la profondità alla quale l’ampiezza dell’oscillazione di temperatura
è e−1 volte l’ampiezza in superficie; tale parametro è un indice di quanto l’onda termica si smorza all’interno del materiale
(nel nostro caso nel terreno).
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 17

Hg coefficiente di dispersione attraverso il terreno in regime stazionario;


θ̄ temperature medie annuali;
Hpi coefficiente di dispersione termica periodica per le variazioni di temperatura interna;
b
θi ampiezza di oscillazione della temperatura interna;
Hpe coefficiente di dispersione termica periodica per le variazioni di temperatura esterna;
b
θe ampiezza della variazione della temperatura media mensile dell’aria esterna rispetto al valore
medio annuale: tale ampiezza è definita come la metà della differenza tra i valori massimo e
minimo delle temperature medie mensili;17
m numero del mese (1 per gennaio, 12 per dicembre);
τ numero del mese in cui si verifica il minimo della temperatura esterna;
α mesi di anticipo tra il ciclo del flusso termico e il ciclo della temperatura interna (solitamente
α = 0);
β mesi di ritardo tra il ciclo del flusso termico e il ciclo della temperatura esterna (solitamente
β = 1);

Per la valutazione del flusso massimo nella 1.4 si può prescindere dal contributo dovuto alla
oscillazione della temperatura interna e pertanto si ha:

ΦG,max = Hg (θ̄i − θ̄e ) + Hpeb


θe (1.5)
La trasmittanza termica delle strutture a contatto col terreno è definita solo per il regime stazio-
nario, con riferimento all’area della superficie orizzontale e tiene conto della presenza del terreno. Si
tratta pertanto di una trasmittanza equivalente18.
É evidente che il flusso è espresso più correttamente con la 1.4 che mediante la sola Ueq . Il coef-
ficiente di dispersione attraverso il terreno in regime stazionario Hg oltre alla dispersione attraverso
l’area del pavimento deve tener conto anche della dispersione perimetrale attraverso il ponte termico
parete–pavimento:
Hg = AUeq + P Ψg (1.6)
dove Ψg rappresenta la trasmittanza lineare del ponte termico parete–pavimento.
Per la determinazione dei parametri Hg , Hpi ed Hpe la norma prende in esame tre diversi schemi
di riferimento ai quali si devono ricondurre eventuali altri casi:

• pavimento appoggiato sul terreno;

• pavimento su spazio aerato;

• pavimento e pareti di vano interrato.

Per schematizzare il problema viene introdotta la dimensione caratteristica del pavimento definita
come B ′ = 2A/P dove P rappresenta il perimetro del pavimento ed A l’area. Inoltre, viene definito
uno spessore equivalente di terreno che rappresenta lo spessore di terreno che manifesta la stessa
resistenza termica delle resistenze che il flusso termico incontra in aggiunta rispetto al caso ideale in
17
Le temperature medie mensili si ricavano dalla UNI 10349.
18
Nella Norma UNI EN ISO 13370 questa trasmittanza equivalente è indicata col semplice simbolo U .
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 18

cui le temperature sono imposte sulle superfici e il pavimento è a contatto diretto con l’esterno Figura
1.5:
dt = w + λ(Rsi + Rf + Rse )
dove:

w spessore delle pareti verticali,


λ conduttività termica del terreno,
1
Rsi = hi
resistenza termica specifica sulla superficie interna,
Rf resistenza termica specifica del componente che costituisce il pavimento (floor), essa com-
prende la resistenza termica di ogni strato uniforme di isolamento sopra, sotto o interno alla
soletta del pavimento, e quella di eventuali rivestimenti. La resistenza termica di solette di
calcestruzzo pesante e di rivestimenti sottili può essere trascurata;
1
Rse = he
resistenza termica specifica sulla superficie esterna;

un alto valore di dt corrisponde a un’elevata resistenza termica tra interno ed esterno. Le formule da
applicare sono differenti per pavimenti non isolati o poco isolati (con dt < B ′ ) e quelli bene isolati
(con dt ≥ B ′ ). Per i valori della conducibilità termica λ e della capacità termica per unità di volume
del terreno ρc si possono assumere i valori riportati in tabella 1.11.

R se R si
Rw

111111111111
000000000000 Rf

000000000000
111111111111
000000000000
111111111111
Figura 1.5: Pavimento appoggiato sul terreno, resistenze termiche

Tabella 1.11: Proprietà termofisiche del terreno, valori della conducibilità termica λ e della capacità
termica ρc per unità di volume
Descrizione λ ρc
[W/(m · K)] [J/(m3· K)]
argilla o limo 1,5 3,0 ·106
sabbia o ghiaia 2,0 2,0 ·106
roccia omogenea 3,5 2,0 ·106

1.3.1 Pavimento a livello del terreno esterno


È il caso in cui la struttura del pavimento è posata allo stesso livello del terreno, senza interramenti o
sopraelevazioni. Sono considerati pavimenti controterra i pavimenti costituiti da una lastra a contatto
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 19

con il terreno su tutta la sua superficie, siano essi sostenuti o meno dal terreno su tutta la loro area,
situati allo stesso livello, o in prossimità, del livello della superficie del terreno esterno (Figura 1.6).
Tali pavimenti possono essere privi di isolamento o uniformemente isolati (sopra, sotto o internamente
alla soletta) su tutta la loro area.

est. int.
w Linee di
flusso

Figura 1.6: Schema di riferimento per i pavimenti a livello del terreno esterno

Nel caso di pavimenti non isolati o moderatamente isolati (con dt < B ′ ) si ha:
 
2λ π B′
Ueq = U0 = ln +1
π B ′ + dt dt

mentre nel caso di pavimenti bene isolati (con dt ≥ B ′ ) l’espressione della trasmittanza si semplifica
come segue:
λ
Ueq = U0 =
0, 457 B ′ + dt
In località dal clima particolarmente rigido talvolta si adottano isolamenti aggiuntivi perimetrali
in tal caso le espressioni precedenti diventano.
∆Ψ P ∆Ψ
Ueq = U0 + = U0 + 2 ′
A B
Dove ∆Ψ è il coefficiente che tiene conto dell’isolamento aggiuntivo sul perimetro (tipico di
edifici costruiti nei climi nordici). Notare che ∆Ψ è negativo perchè l’isolamento aggiuntivo riduce il
flusso termico disperso verso l’esterno. 19
19
Nel caso in cui l’isolamento aggiuntivo sia disposto orizzontalmente (Figura 1.7 a) si ha:
    
λ D D
∆Ψ = − ln + 1 − ln + 1
π dt dt + R′ λ

dove: R′ è la resistenza dovuta allo strato di isolante aggiuntivo


dis dis
R′ = −
λis λ
Nel caso in cui l’isolamento aggiuntivo sia disposto verticalmente a ridosso della fondazione (Figura 1.7 b) si ha:
    
λ 2D 2D
∆Ψ = − ln + 1 − ln + 1
π dt dt + R′ λ
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 20

11
00
a)
11111
00000 b)
00
11
00
11
00
11
d is
D
D
00
11
00
11

Figura 1.7: Schema di riferimento per l’isolamento aggiuntivo: a) orizzontale, b) verticale

Per il caso di pavimento a livello del terreno, ai fini del calcolo dei flussi, il coefficiente di
dispersione termica in regime stazionario è:

Hg = AUeq + P Ψg = AU0 + P (Ψg + ∆Ψ)


mentre il coefficiente di accoppiamento termico periodico esterno (per le variazioni annuali di tempe-
ratura esterna), in assenza di isolamento perimetrale aggiuntivo, è:
δ
Hpe = 0, 37P λ ln( + 1)
dt
dove δ è la profondità di penetrazione dell’onda termica annuale i cui valori, per i tipi di terreno
considerati, sono riportati nella Tabella 1.12. Per l’espressione di Lpe in presenza di isolamento
perimetrale aggiuntivo, trattandosi di caso poco comune per i nostri climi, si rimanda alla Norma
UNI EN 13370.

Tabella 1.12: Profondità di penetrazione della componente periodica annuale


Tipo di terreno δ (m)
argilla o limo 2,2
sabbia o ghiaia 3,2
roccia omogenea 4,2

1.3.2 Pavimento su spazio aerato (intercapedine ventilata)


Sono considerati pavimenti su spazio aerato o intercapedine i pavimenti che si trovano sollevati dal
terreno e staccati da questo mediante una cavità, per esempio un assito o un pavimento in latero-
cemento con un vuoto sanitario o un vano sottopavimento (Figura 1.8). Questo punto fa riferimento
a pavimenti su intercapedine di tipo convenzionale in cui lo spazio aerato sotto il pavimento è venti-
lato naturalmente con aria esterna. Per il caso in cui la ventilazione dello spazio sottopavimento sia
meccanica, o vi sia una portata nota, si rimanda alla norma.
L’aria sottostante viene considerata come un’intercapedine ventilata. Si definisce la trasmittanza
dovuta al contributo del solaio unito a quello dello spazio areato:
1 1 1
= +
Ueq Uf Ug + Ux
dove:
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 21
1111
0000
0000
1111 000
111
000
111
0000
1111
0000
1111 000
111
000
111
0000
1111
est. 1111
0000 int. 000
111
000
111
0000
1111
000000000000000
111111111111111000
111
0000
1111
000000000000000111
111111111111111
0000
1111 000
000000000000000111
111111111111111
0000
1111
000
000
111
0000
1111 000
111
z
0000
1111
0000 ventilazione 111
1111 000
000
111
0000
1111
0000
1111 000
111
000
111
00000000000000000000000000
11111111111111111111111111
00000000000000000000000000
11111111111111111111111111
00000000000000000000000000
11111111111111111111111111
Figura 1.8: Schema di riferimento per pavimenti su spazio aerato o intercapedine

Uf è la trasmittanza termica della parte sospesa del pavimento, (tra l’ambiente interno e lo spazio
sottopavimento);
Ug è la trasmittanza attraverso il terreno per il fondo del vano aerato (analoga ad U0 nel caso di
pavimento a livello del terreno;
Ux è la trasmittanza termica equivalente che tiene conto dello scambio termico attraverso le pareti
dell’intercapedine e dell’effetto della ventilazione dello stesso spazio aerato.

La trasmittanza Ug si calcola come:


 
2λ π B′
Ug = ln +1
π B ′ + dt dt
mentre il coefficiente Ux si ottiene dalla seguente relazione:

2zUw fv
Ux = + 1450ǫ v ′
B ′ B
dove:
Uw trasmittanza delle pareti verticali
ǫ area delle aperture di ventilazione per metro lineare di perimetro [m2 /m]
z altezza del pavimento
v velocità media del vento alla quota di 10 m, da UNI 10349
fv coefficiente di protezione al vento (dalla norma): fv = 0, 02 in centri abitati, fv = 0, 05 in
periferia, fv = 0, 10 in zone rurali.
1450 fattore numerico che tiene conto della capacità termica dell’aria per unità di volume quando
la trasmittanza è espressa in W/(m2 K).
Per il calcolo dei flussi, il coefficiente di accoppiamento termico in regime stazionario si ricava
con la ?? :

Hg = AUeq + P Ψg

mentre il coefficiente di accoppiamento termico periodico esterno è:


0, 37P λ ln(δ/dt + 1) + Ux A
Hpe = Uf
λ/δ + Ux + Uf
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 22

1.3.3 Piano interrato


Qui si fa riferimento al calcolo delle dispersioni per un edificio che abbia dei locali che siano comple-
tamente o parzialmente a livello inferiore a quello del terreno esterno (Figura 1.9). I concetti di base
sono analoghi a quelli introdotti per i pavimenti controterra, ma si tiene conto della:

- profondità z del pavimento del piano interrato rispetto al livello del terreno;

- possibilità di diversi livelli di isolamento applicati alle pareti e al pavimento del piano interrato.

Se z varia lungo il perimetro dell’edificio, per il calcolo si deve assumere un valore medio. La
trasmittanza equivalente si calcola come:
AUbf + zP Ubw
Ueq =
A + zP
Il primo contributo per vani interrati con pavimenti non isolati o poco isolati (dt +z/2 < B ′ ) si calcola
come:  
2λ π B′
Ubf = ln +1
π B ′ + dt + z/2 dt + z/2
mentre per pavimenti ben isolati (con dt + z/2 ≥ B ′ ) si ha
λ
Ubf =
0, 457 B′ + dt + z/2
di fatto sono le stesse formule viste in precedenza per il pavimento a livello del terreno in cui dt è
sostituito da dt + z/2.
Il secondo contributo, che tiene conto delle pareti verticali, è pari a:
   
2λ dt /2 z
Ubw = 1+ ln +1
πz dt + z dw

con dw = λ(Rsi + Rw + Rse ) spessore equivalente di terreno per le resistenze termiche corrispondenti
alle pareti verticali. Nella espressione di Ubw compaiono sia dt che dw e solitamente si ha dw ≥ dt .
Se tuttavia risulta dw < dt nella precedente formula si deve sostituire dt con dw .

1
0 00
11
0
1 00
11
0
1 00
11
0000000000
1 00
11
111111111
00
11
z

Figura 1.9: Pavimento interrato, geometria e grandezze caratteristiche

Per il calcolo dei flussi, il coefficiente di accoppiamento termico in regime stazionario è:

Hg = AUbf + zP Ubw
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 23

mentre il coefficiente di accoppiamento termico periodico esterno è:


    
−z/δ δ −z/δ δ
Hpe = 0, 37P λ 2(1 − e ) ln +1 +e ln +1
dw dt

Si ricorda che le parti di pareti verticali sporgenti dal terreno si trattano come pareti rivolte
direttamente all’esterno.

1.3.4 Flussi termici attraverso il terreno per singoli vani


Il flusso termico ΦG ricavato nei paragrafi precedenti è relativo a tutta la superficie del pavimento,
spesso però è necessario calcolare il flusso termico disperso da ogni singolo vano, ad esempio per
dimensionare i singoli terminali di erogazione dell’energia temica. La norma UNI EN ISO 13370 a
differenza della UNI 10346 contempla una procedura per la suddivisione del flusso totale Φt in due
contributi, perimetrale Φe e centrale Φm relativi rispettivamente agli ambienti con e senza parte del
perimetro sul bordo esterno dell’edificio.

Φt = Φe + Φm (1.7)

il flusso perimetrale si ricava come:


Ae
Φe = Φt
b + dt
Am + Ae
0, 5B ′ + dt
dove:

Ae è la superficie totale del pavimento dei vani in corrispondenza del perimetro dell’ edificio;
Am è la superficie totale del pavimento dei vani centrali dell edificio;
b è la larghezza media dei vani perimetrali dell’edificio;
B′ è la dimensione caratteristica dell’intero pavimento

Il flusso centrale si ottiene quindi dalla (1.7)

Φm = Φt − Φe

pertanto
qe = Φe /Ae
qm = Φm /Am
dove:

qe è la densità del flusso termico per vani in corrispondenza del perimetro dell edificio;
qm è la densità di flusso termico per vani centrali dell edificio;
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 24

1.4 Calcolo della dispersione attraverso vani non riscaldati


Analogamente a quanto fatto in precedenza, nel caso delle dispersioni attraverso vani non riscaldati
si definisce un coefficiente di dispersione Hu che ha le dimensioni di una potenza per unità di salto
termico tale che, detta Φu la potenza dispersa attraverso i vani non riscaldati, risulta:

Φu = Hu ∆θ (1.8)
dove Hu è il coefficiente di dispersione tra interno ed esterno, attraverso il vano non riscaldato
(potenza per unità di salto termico), calcolata con l’analogia elettrica come presentato in figura 1.10.
Con riferimento alla figura ed all’analogia elettrica si può evidenziare il significato del coefficiente
di dispersione Hu , infatti:

Ru = Riu + Rue

dove il pedice iu si riferisce ai termini relativi agli scambi tra ambiente interno e vano non riscaldato
ed il pedice ue si riferisce ai termini relativi agli scambi tra vano non riscaldato e ambiente ester-
no. Pertanto, Riu è la resistenza tra interno e vano non riscaldato, Rue è la resistenza tra vano non
riscaldato ed esterno. La resistenza totale sarà Ru = Riu + Rue e quindi:
1
Hu =
Rie

1 1
Hiu = ; Hue =
Riu Rue

Hiu Hue
Hu =
Hiu + Hue
Separando i termini di trasmissione HT,iu e HT,ue da quelli di ventilazione HV,iu e HV,ue , si può
scrivere:
Hiu = HT,iu + HV,iu
Hue = HT,ue + HV,ue
Dal calcolo dei coefficienti di dispersione H, eguagliando il flusso che dall’interno viene ceduto al
vano non riscaldato e da questo all’esterno, si può anche determinare il valore della temperatura del
vano non riscaldato, che diviene:
111
000
000
111
000
111
Interno 000
111
000
111 Esterno
θu
θi 000
111 θe
R iu
000
111
000
111 R ue
000
111
000
111
000
111
000 Locale non
111
riscaldato

Figura 1.10: scambi termici con ambienti non riscaldati, rete resistiva equivalente
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 25

Hu
θu = θi − (θi − θe )
Hiu

È questo un modo mediante il quale si può valutare la frazione della dispersione attraverso il locale
non riscaldato che compete ad una parte dell’edificio (es. un appartamento che disperde verso un vano
scale condominiale), cosı̀ indicando col pedice aggiuntivo j la frazione che si vuole calcolare, si avrà:

Φuj = (Uj Aj + ṁuj cpa )(θi − θu ) = Hiuj (θi − θu )

dove ṁuj rappresenta la portata d’aria scambiata tra la j−esima porzione dell’edificio ed il vano non
riscaldato, cpa il calore specifico a pressione costante dell’aria mentre gli altri simboli hanno il solito
significato.
Nella fase di calcolo delle potenze disperse per il dimensionamento dei corpi scaldanti è bene
tener conto anche delle dispersioni verso ambienti appartenenti ad altre unità abitative o comunque
riscaldati ma non sotto il controllo della stessa utenza della quale si sta valutando la potenza. Questo è
necessario perché le altre utenze potrebbero essere spente (appartamenti sfitti, uffici vuoti, ecc.). Que-
sta situazione andrebbe affrontata considerando i locali adiacenti come vani non riscaldati, ma l’onere
di calcolo aumenta considerevolmente. La norma europea UNI EN 12831 consiglia di considerarli
come vani a temperatura fissa. Per i dettagli fare riferimento al paragrafo successivo.

1.5 Calcolo della dispersione verso vani a temperatura fissata


Analogamente a quanto fatto in precedenza, nel caso delle dispersioni verso vani a temperatura fissata,
si definisce un coefficiente di dispersione HT,ij = HA che ha le dimensioni di una potenza per unità
di salto termico tale che, detta φA la potenza dispersa verso tali ambienti risulta:

ΦA = HA (θi − θA ) (1.9)
dove HA è il coefficiente di dispersione tra interno e vano a temperatura fissata, (potenza per unità di
salto termico), θi è la temperatura del vano di cui si sta calcolando il carico e θA è la temperatura del
vano adiacente.
Un caso comune di scambio termico tra vani a temperatura diversa e controllata è, ad esempio,
quello tra i bagni, le stanze adiacenti e viceversa (per i bagni si assume θi = 24◦ C). In fase progettuale
le potenze provenienti dai bagni si possono trascurare in quanto entranti, mentre nel dimensionamento
dei corpi scaldanti dei bagni è bene tener conto, almeno in modo approssimato, delle potenze disperse
verso i locali riscaldati ma a temperatura inferiore.
Un altro caso ricorrente di vano adiacente che, secondo la UNI EN 12831 può essere considerato a
temperatura fissata è quello di vani adiacenti appartenenti ad altra unità abitativa. L’approccio adottato
nella Norma è riassunto nella Tabella 1.13.
In pratica la temperatura del vano adiacente si ottiene da un calcolo solo nel caso in cui il vano di
riferimento ed il vano adiacente appartengano ad unità immobiliari diverse ma dello stesso edificio.
Per il calcolo si distinguono due casi:

a) case destinate ad occupazione prevalentemente continua;


b) case destinate ad occupazione saltuaria (per esempio case per vacanza).
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 26

Tabella 1.13: Valori di temperatura dei vani adiacenti

Calore scambiato tra il vano oggetto di calcolo e un locale adiacente


all’interno della stessa appartenente ad un’altra appartenente ad un altro
unità immobiliare unità immobiliare edificio
dello stesso edificio
θA deve essere specificata: Ove non stabilito contrattualmente
–ad esempio bagni o depositi θA si calcola come temperatura esterna media annuale
–influenza del gradiente di di seguito specificato θA = θ me
temperatura verticale

Nel caso (a) si ipotizza che tutte le unità immobiliari dell’edificio siano riscaldate tranne quella in cui è
situato il vano adiacente. Nel caso (b) si ipotizza che l’unica unità immobiliare riscaldata dell’edificio
sia quella in cui è situato il vano riscaldato. In entrambi i casi si dovrebbe poi procedere come per gli
scambi attraverso vani non riscaldati ma escludendo il contributo della ventilazione (anche dai vani
non riscaldati verso l’esterno), determinando la temperatura del vano adiacente. Nel caso (a) si può
esprimere la temperatura del vano adiacente nel modo seguente:

θ A,a = θi − ba (θi − θe )

con P
e Se Ue
ba = P P
i Si Ui + e Se Ue
dove

Se sono le superfici del locale adiacente appartenente ad un’altra unità immobiliare, rivolte verso
l’esterno;
Ue sono le trasmittanze delle pareti di superficie Se ;
Si sono le superfici del locale adiacente appartenente ad un’altra unità immobiliare, rivolte verso
unità immobiliari riscaldate;
Ue sono le trasmittanze delle pareti divisorie di superficie Si .

Per gli edifici di cui al caso (b) l’ipotesi convenzionale ai fini del calcolo è che l’unità immobiliare
di cui si effettua il calcolo delle dispersioni sia l’unica riscaldata, per cui la temperatura delle unità
immobiliari adiacenti è:
θA,b = θi − bb (θi − θe )
con P
SE UE
E
bb = P P
AR SAR UAR + E SE UE
dove

SE sono le superfici della parte non riscaldata dell’edificio (escluse quindi quelle dell’unità
immobiliare riscaldata) rivolte verso l’esterno;
UE sono le trasmittanze delle pareti di superficie SE ;
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 27

SAR sono le superfici dell’unità immobiliare riscaldata, adiacenti ad altre unità immobiliari rite-
nute non riscaldate;
UAR sono le trasmittanze delle pareti divisorie di superficie SAR .

Il limite inferiore di θA,b , quindi nel caso di edifici destinati ad occupazione saltuaria, è la tempera-
tura antigelo di 4◦ C, che il progettista dovrà garantire, con sistemi automatici, nelle unità immobiliari
non riscaldate.
Fortunatamente, in alternativa a questa procedura onerosa, la Norma UNI EN 12831 non esclude
l’uso di un metodo semplificato per la determinazione dei coefficienti b, avvalendosi di un prospetto
presentato nella Norma e qui riportato in Tabella 1.14. Il prospetto fornisce i coefficienti ba in funzione
della percentuale di superficie dell’unità immobiliare adiacente rivolta verso l’esterno e del rapporto
fra le trasmittanze delle pareti interne ed esterne ed i coefficienti bb esclusivamente nella riga relativa
alla percentuale P pari all’80%.

Tabella 1.14: Coefficiente di posizione b


Coefficiente di posizione b
P R = Ui,m /Ue,m < 2 2 ≤ R = Ui,m /Ue,m ≤ 3 R = Ui,m /Ue,m > 3
(%) (poco isolato) (isolato) (molto isolato)
10 0,08 0,05 0,03
20 0,15 0,10 0,05
30 0,22 0,16 0,11
40 0,30 0,22 0,16
50 0,40 0,28 0,22
60 0,50 0,40 0,30
70 0,60 0,50 0,40
80 0,74 0,63 0,53
90 0,86 0,78 0,72

1.6 Potenza dispersa per ventilazione


Per il calcolo delle potenze disperse da un vano, si deve tener conto della potenza dispersa per venti-
lazione come indicato dal termine ΦV,i nell’equazione 1.1. Tale potenza è costituita dalla differenza
tra i flussi di entalpia associati alla portata d’aria che esce dal locale alla temperatura θi ed entra alla
temperatura θe . Per il singolo vano, omettendo il pedice i, abbiamo:

ΦV = ṁcpa (θi − θe ) = ρV̇ cpa (θ i − θe )

con l’ipotesi di poter scrivere la differenza di entalpia specifica dell’aria come hi − he = cpa (θi − θe ).
La portata volumica V̇ si può esprimere come:

V̇ = n · V

con V volume netto del locale, ed n tasso di rinnovo dell’aria che esprime il numero di ricambi/ora,
cioè il numero di volte che in un’ora si rinnova l’aria del locale.
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 28

Inserendo nell’espressione precedente i valori numerici cpa = 1006 J/kgK e ρa = 1, 2 kg/m3 si


ottiene
ΦV = 0, 34nV (θi − θe ) [W ] (1.10)
Evidentemente nella 1.10 il volume netto deve essere espresso in m3 . Anche in questo caso si può
introdurre un coefficiente di dispersione per ventilazione HV

ΦV = HV (θi − θe )

dalla (1.10) si ottiene infine:


HV = 0, 34 n V [W/K] (1.11)
Per gli edifici civili si assume convenzionalmente un numero di ricambi minimo pari a nmin = 0, 5.
Per il dimensionamento dei terminali di impianto, in alcuni vani con destinazioni d’uso particolari
il numero di ricambi d’aria può essere maggiore. Come riferimento si possono assumere i valori
riportati nella Tabella 1.15 tratta dall’Allegato nazionale del già citato progetto di norma prEN 12831.

Tabella 1.15: Tasso minimo di rinnovo d’aria esterna per edifici residenziali, nmin
Tipo di locale n (h−1 )
Locali di abitazione (default) 0,5
Cucine 1,5
Bagni 2,0

Per altre destinazioni d’uso, vedi norma UNI 10379.


In realtà n dipende dalle caratteristiche di permeabilità all’aria dell’edificio e dal comportamento
delle persone (vedi UNI 10379-2005). La permeabilità all’aria dell’edificio può essere valutata in
funzione della portata d’aria misurata sperimentalmente imponendo un salto noto di pressione tra
interno ed esterno, mediante un ventilatore; il salto di pressione imposto è di solito pari a 50 pascal
ed il corrispondente ricambio d’aria misurato viene indicato con il simbolo n50 .
Il rinnovo dell’aria negli ambienti frequentati dalle persone, pur essendo fonte di dispersioni, va
garantito ad un livello sufficiente a fornire l’ossigeno per il metabolismo, funzione anche dell’attività
che vi si svolge. Negli edifici per la cui conformazione l’aria che si infiltra naturalmente dall’esterno
ha difficoltà a raggiungere in quantità sufficiente tutti gli ambienti interni20 è necessario predisporre
dei sistemi di ventilazione forzata (canalizzazioni e ventilatori) che garantiscano una portata adeguata
d’aria esterna. In tal caso la portata d’aria da considerare per il calcolo delle dispersioni è:

V̇ = V̇mec + V̇inf

dove V̇mec rappresenta la portata garantita dal sistema meccanico di ventilazione forzata e V̇inf è la
portata d’aria dovuta alle infiltrazioni che si sovrappone a quella forzata; quest’ultima può essere
spesso considerata nulla.
Per ridurre le potenze disperse, l’impianto di ventilazione forzata può essere dotato di un recupe-
ratore21 . I recuperatori per gli impianti di ventilazione sono, di solito, scambiatori di calore a flussi
20
Sono di solito edifici caratterizzati da grandi dimensioni in pianta con destinati ad uso uffici o ad uso commerciale.
21
Come si vedrà più avanti nel capitolo relativo ai consumi, in presenza di un sistema di ventilazione forzata con grosse
portate d’aria e per climi rigidi l’installazione del recuperatore è obbligatoria per legge.
CAPITOLO 1. POTENZE DISPERSE 29

incrociati. La capacità di recupero è rappresentata dalla efficienza ηV definita come rapporto tra il
calore recuperato Φr ed il massimo calore recuperabile Φr, max.
Con riferimento allo schema di Fig. 1.11, tenuto conto che la portata espulsa e quella introdotta
sono praticamente uguali, possiamo scrivere:
Φr θim − θ e
ηV = =
Φr,max θi − θe

Pertanto il flusso disperso per ventilazione risulta:

ΦV = ṁcpa (θi − θim ) = 0, 34nV (1 − η V )( [W]

In pratica è come se i ricambi d’aria fossero ridotti a n(1 − η V ).


.
m
θe

. θim θi
m

Figura 1.11: Schema di recuperatore a flussi incrociati

1.7 Considerazioni finali


Per ragioni legate a esigenze di predimensionamento della caldaia oppure di stime di massima delle
potenze in gioco, l’equazione 1.1 è spesso applicata ad una intera unità abitativa o addirittura ad un
intero edificio. In questo caso la potenza di riscaldamento da attribuire ad ogni singola stanza si
può ottenere approssimativamente con una ridistribuzione dei carichi. Ad esempio, con riferimento
all’insieme dei locali riscaldati da un unico impianto di riscaldamento, si può risalire alla potenza
necessaria alla singola i−esima stanza rapportandosi alla superficie disperdente ed al volume di
quest’ultima:

• ΦT va diviso per i m2 di superficie totale disperdente, ottenendo un indice superficiale della


potenza dispersa.

• ΦV va diviso per i m3 di volume totale dell’edificio, ottenendo un indice volumico della potenza
scambiata per ventilazione.

Si ottiene
Si Vi
Φi = ΦT,i + ΦV,i = ΦT ( ) + ΦV ( )
Stot Vtot
A questo punto è possibile dimensionare in maniera opportuna i terminali.
Capitolo 2

IMPIANTI DI RISCALDAMENTO

Dal calcolo delle dispersioni si è ottenuta la potenza necessaria per il riscaldamento dei singoli locali:
Φ = ΦT + ΦV
Tale potenza è ricavata in regime stazionario, senza tener conto del funzionamento dei corpi scaldanti
e delle modalità di controllo della temperatura ambiente. Ogni tipologia di terminale dell’impianto
trasferisce calore all’ambiente secondo modalità che, per mantenere la temperatura interna al valore
di progetto, richiedono una potenza maggiore di quella calcolata idealmente secondo l’espressione
precedente. Ad esempio, un radiatore posto in corrispondenza di una parete esterna scalda la parete
posteriore ad una temperatura maggiore di quella che si avrebbe se la parete scambiasse calore con
l’aria ambiente e per irraggiamento con le altre pareti; questo comporta una maggior dispersione
rispetto ai valori calcolati. Anche il sistema di regolazione e controllo della temperatura interna degli
ambienti può dare luogo a disuniformità di temperatura che comportano maggiori dispersioni. Le
inefficienze legate allo scambio termico tra i terminali e l’ambiente vengono valutate mediante un
coefficiente η e < 1 detto rendimento di emissione, le inefficienze dovute al sistema di regolazione
e controllo vengono valutate mediante un coefficiente η c < 1 detto rendimento di regolazione. A
queste considerazioni si deve aggiungere che i calcoli possono contenere errori o anche le condizioni
in opera possono non corrispondere a quelle di calcolo, ad esempio possono mancare parti di isolante
nelle pareti. Per ovviare a ciò si consiglia di aumentare ulteriormente la potenza con un coefficiente
di sicurezza Cs ≃ 1, 20. Inoltre, si deve prevedere che i locali possano essere riscaldati a partire da
condizioni di temperatura interna sensibilmente inferiore di quella di progetto, ad esempio a causa
della intermittenza o attenuazione del funzionamento durante la notte o i fine settimana. Affinché
la temperatura interna possa raggiungere il valore di progetto (di benessere)in tempi accettabili la
potenza da fornire deve essere superiore a quella calcolata tramite la 1.1, secondo la Norma UNI
EN 12831, alla potenza calcolata in regime stazionario rappresentata dalla 1.1 si somma una potenza
di ripresa ΦRH ottenuta da potenze specifiche fornite dalla Norma. In Tabella 2.1 sono riportati i
valori di fRH per gli edifici residenziali. La maggiorazione per il preriscaldamento deve essere tanto
più grande quanto più elevata è l’inerzia termica interna dell’ambiente e quanto minore è il tempo
richiesto per il raggiungimento della temperatura di progetto1 .
Perciò, la potenza che il corpo scaldante deve fornire al locale si può esprimere come:
Φ
Φcs = + ΦRH
ηe η c
1
Secondo la normativa UNI EN 12828:2005 (Impianti di riscaldamento negli edifici – Progettazione dei sistemi di
riscaldamento ad acqua), la maggiorazione si fa mediante un fattore di progetto per il carico termico fHL maggiore
dell’unità

30
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 31

dove:
Φcs potenza del corpo scaldante
Φ potenza ideale richiesta dall’ambiente
ηe rendimento di emissione
ηc rendimento di regolazione
Ci coefficiente di intermittenza
Cs coefficiente di sicurezza
ΦRH potenza di ripresa
La potenza di ripresa viene espressa come:

ΦRH = fRH · Ap

dove Ap è l’area di pavimento del locale da riscaldare.


I corpi scaldanti sono collegati al sistema di generazione della potenza termica (caldaie, pompe
di calore o altri sistemi) mediante una rete di distribuzione del fluido termovettore (acqua o aria)
di solito organizzata per zone termiche. Le reti di distribuzione pur essendo obbligatoriamente coi-
bentate hanno delle dispersioni verso l’esterno che dipendono anche dalle caratteristiche delle zone
termiche e possono essere consistenti. Di questa inefficienza si tiene conto mediante un rendimento
di distribuzione ηd < 12 . La potenza termica da fornire alla singola zona termica si può esprimere
come: ncs
X
Φz = Φcs,j
j=1

dove ncs è il numero di corpi scaldanti della zona. E’ possibile cosı̀ risalire alla potenza della caldaia
(del sistema di generazione) Φg .
Xnz
Φz,k
Φg ≥
η
k=1 d,k

dove
nz numero di zone servite dall’impianto;
Φz,k potenza termica della k−esima zona;
η d,k rendimento di distribuzione della k−esima zona.
La potenza del sistema di generazione calcolata in questo modo può risultare eccessivamente
sovrastimata soprattutto se si tratta di un impianto centralizzato con numerose utenze. Ad esempio,
una sovrastima può derivare dal calcolo delle dispersioni se si sono previste dispersioni tra i locali
di una utenza e quella di un’altra adiacente, supposta spenta; nel caso qualche utenza sia spenta,
la potenza non utilizzata da queste resta a disposizione per il riscaldamento delle utenze collegate
e attive, senza necessità di incrementi. Pertanto per il calcolo della potenza del generatore queste
dispersioni e tutte le altre tra vani riscaldati, serviti dallo stesso impianto, non sano da considerare.
Nel seguito si studiano i diversi tipi di terminali d’impianto e le differenze che comportano
sull’impianto. Per cominciare si studiano gli impianti a radiatori che rappresentano il caso più
comune.
2
I valori da utilizzare per i rendimenti di emissione, regolazione e distribuzione sono riportati nella Norma UNI/TS
11300-2.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 32

Tabella 2.1: Fattori di ripresa fRH per edifici residenziali - Abbassamento notturno massimo di 8 ore
Tempo di ripresa fRH (W/m2 )
(h) Caduta di temperatura impostata per l’attenuazione (K)1
1 2 3
massa dell’edificio massa dell’edificio massa dell’edificio
alta alta alta
1 11 22 45
2 6 11 22
3 4 9 16
4 2 7 13
1) Negli edifici ben isolati e a buona tenuta all’aria è molto improbabile che la temperatura
ambiente discenda durante l’abbassamento notturno di oltre 2 K o 3 K.
La discesa dipenderà comunque dalle condizioni climatiche e dalla massa termica dell’edificio.

Sezione
radiatore

Figura 2.1: tipica sezione di radiatore

2.1 Impianto a RADIATORI


I radiatori sono i corpi scaldanti più diffusi, sono realizzati in lamiera d’acciaio stampata oppure in
ghisa o in alluminio pressofuso, quelli ottenuti da fusione o pressofusione sono modulari. Il radiatore,
a dispetto del nome, è un terminale d’impianto che scambia calore prevalentemente per convezione,
mentre scambia per irraggiamento meno del 20% della potenza totale. La superficie utile all’irrag-
giamento è solo la frontale, mentre per la convezione conta la superficie totale del radiatore che nei
moderni modelli in commercio supera di molto quella frontale come si può intuire dalla Fig. 2.1.
Attualmente il dimensionamento del corpo scaldante non viene più effettuato in funzione della super-
ficie frontale, come in passato, bensı̀ in funzione della resa termica del radiatore, cioè della potenza
nominale Φn , usualmente indicata dal produttore sui cataloghi. Tale valore è ottenuto da prove di la-
boratorio secondo procedure normalizzate ed è espressa in funzione della differenza tra la temperatura
media dell’acqua e la temperatura dell’ambiente
La normativa attuale prevede che le prove siano condotte con l’acqua in mandata alla temperatura
θ m = 75oC e acqua al ritorno alla temperatura θ r = 65o C ed una temperatura dell’ambiente di prova
θ a = 20o C. Questo porta ad una differenza di temperatura tra la temperatura media dell’acqua e
l’ambiente ∆θ n pari a:
(θm + θr )n
∆θ n = − θa = 50K
2
La temperatura θ a è la stessa per l’aria e per le pareti della camera di prova3. In ogni caso le nor-
me prevedono che la resa termica dei radiatori in condizioni operative diverse da quelle di prova si
possano determinare secondo una relazione del tipo:
3
La precedente normativa invece prevedeva θm = 85o C e ∆θ n = 60K con l’ambiente sempre a θa = 20o C. Talvolta
si possono trovare ancora cataloghi di radiatori basati sulla precedente normativa.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 33

Φ = C(∆θ)n
dove
C é un coefficiente caratteristico di ciascun radiatore;
n è un esponente che viene determinato durante le prove di laboratorio e che viene riportato nei
cataloghi;
∆θ é la differenza di temperatura tra il radiatore e l’ambiente (temperatura operante):
θm + θr
∆θ = − θa.
2
Applicando la relazione precedente anche alle condizioni di prova si può eliminare il coefficiente
C e ottenere:
 n
∆θ
Φ = Φn
∆θ n
Nei cataloghi sono riportati i valori di Φn e dell’esponente n, oltre alle condizioni di temperatura
utilizzate per valutare la resa.

2.1.1 Osservazioni sul valore dell’esponente n


L’esponente n risulta approssimativamente compreso tra 5/4 e 4/3 in quanto la resa dipende preva-
lentemente dallo scambio per convezione naturale. A seconda della conformazione del radiatore e
soprattutto dell’altezza, la convezione tenderà al regime laminare piuttosto che a quello turbolento.
Infatti, a parità delle altre condizioni, i radiatori di altezza maggiore hanno potenze rese maggiori,
poiché la superficie di convezione é piu’ alta e si ha una superficie più ampia su cui si può sviluppare
il regime di moto turbolento. Nello scambio convettivo infatti si ha:
Nu λ
h=
H
con h coefficiente di scambio convettivo, H altezza di riferimento. Inoltre, nella convezione
naturale si ha:

p p p = 1/4 se Ra < 109 regime di moto laminare
Nu = c (Gr · Pr) = Ra con
p = 1/3 se Ra > 109 regime di moto turbolento
dove
gβ∆θH 3 ν
Ra = Gr · Pr = ·
ν2 a
con a diffusività termica e ν viscosità cinematica.
Pertanto, per il flusso termico convettivo Φc avremo:

(p+1) ∝ ∆θ(5/4) in regime di moto laminare
Φc = hAc ∆θ ∝ ∆θ =
∝ ∆θ(4/3) in regime di moto turbolento
dove Ac rappresenta l’area di scambio convettivo.
Ovviamente a questo flusso si aggiunge la componente radiante che resta praticamente costante e
influisce leggermente sul valore finale dell’esponente n.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 34

2.1.2 Portata di fluido nei radiatori


I radiatori sono alimentati ad acqua allo stato liquido4, eventualmente addizionata di glicole per
abbassarne il punto di congelamento qualora si prevedano fermi prolungati dell’impianto durante
l’inverno.
Il valore della temperatura di mandata θm e del salto termico tra mandata e ritorno dell’acqua
corrispondono a scelte progettuali; la tendenza attuale comunque é quella di porre θm = 75o C man-
tenendo il salto θm − θr al valore tipico di 10 K. Il valore della temperatura ambiente θ a dipende
prevalentemente dalla destinazione d’uso dei locali, ad esempio, θ a = 20o C per edifici ad uso civile
(esclusi i bagni) e θa = 18o C per edifici ad uso industriale. Se i valori di θm , θr e θa non coincido-
no con quelle di riferimento per i dati del catalogo che si ha a disposizione, si deve determinare la
potenza resa dal radiatore con l’espressione presentata in precedenza.
In ogni caso, per ogni locale, la potenza del radiatore, nelle condizioni operative scelte, deve
superare la potenza del corpo scaldante calcolata come indicato in precedenza. Ovviamente la potenza
da fornire al locale può essere frazionata su più terminali. Scelta la tipologia di radiatore (solitamente
in base a criteri estetici), si valuta la resa singola, per poi arrivare al calcolo della portata di fluido
necessaria ad avere la potenza desiderata:
 n
∆θ
Φ = Φn = ṁw cw ∆θ w
∆θ n
con
ṁw =portata di fluido (acqua normalmente).
cw = calore specifico del fluido (4,187 kJ/kgK per l’acqua)
∆θ w = θm − θr = 10K tipicamente.
Fissato il salto termico tra mandata e ritorno del fluido la portata di fluido resta determinata:
Φ
ṁw =
cw (θm − θ r )
In base alla portata di fluido si dimensionano le tubazioni, le valvole, etc. . . , in pratica la rete di
distribuzione. Da notare che se viene aumentato il salto di temperatura ∆θw , per ottenere la stessa
potenza termica sarà sufficiente una minore portata di fluido ai terminali, ma l’impianto si adeguerà
piu’ lentamente alle variazioni di carico, ed in particolare si allungherà il transitorio per portarlo
a regime. Se il salto termico o le condizioni operative non coincidono con quelle della prova di
laboratorio con cui si è determinata la resa nominale dei radiatori si deve procedere a ritroso e ricavare
la Φn di catalogo per fornire la Φcs nelle condizioni reali come segue:
 n
∆θ n
Φn = Φcs
∆θ w
Nei radiatori modulari, che sono sempre più diffusi, si calcola invece la resa di un modulo a partire
dalla resa nominale:  n
∆θw
Φ1 = Φn,1
∆θn
dove Φ1 rappresenta la resa di un singolo modulo. Poi si ottiene il numero di moduli:
Φcs
m≥
Φ1
4
Sopravvivono pochi vecchi impianti alimentati a vapore d’acqua, soprattutto nei paesi nordici, in vecchi edifici molto
disperdenti in quanto un fluido più caldo permette dimensioni minori dei corpi scaldanti a parità di potenza fornita
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 35

2.1.3 Collocamento ideale dei radiatori


I radiatori ben collocati sono posti di solito in una rientranza della parete, o sotto una piccola mensola,
in modo che la turbolenza dell’aria venga aumentata nella zona sopra al radiatore stesso, aumentando
cosi’ lo scambio termico, e le linee di flusso vengano piegate verso il centro della stanza. Il radiatore
sotto la finestra inoltre irradia verso il centro della stanza e la parete opposta, e produce un circolo
d’aria benefico. vedere anche fotocopie

14
Soluzione 25 Soluzione
migliore peggiore:
32 piedi piu’
21 freddi.
15 32

18
14

Radiatore

2.1.4 Altri tipi di corpi scaldanti con disposizione simile


Esistono, oltre ai radiatori, anche altri tipi di corpi scaldanti di dimensioni simili ai radiatori, il cui
dimensionamento e disposizione in ambiente risulta molto simile a quello visto in precedenza per i
radiatori: In particolare
• piastre radianti: molto simili ai radiatori, ma presentano una maggiore emissione di calore per
irraggiamento, dell’ordine del 30/35 %.

000
111
0
1
000
111
1111111
0000000 0
1
000
111
0
1
0000000
1111111
000
111 000
111
0
1
000
111 0
1
000
111 0 Sconsigliabile:
1
000
111
000
111 0
1
000
111 0
1
000
111 0
1 il pannello blocca
000
111 0
1
0 il flusso radiativo
1
000
111
000
111 0
1
000
111 0
1
000
111 0
1
000
111
000
111
000
111000000000000
111111111111
000111111111111
111000000000000
• ventilconvettori: lo scambio termico è garantito da una ventilazione forzata dell’aria su una
batteria alettata in cui circola il fluido.
• termoconvettori: simili ai precedenti, ma senza ventilatore: lo scambio ternico è dovuto alla
convezione naturale su batterie alettate, collocate spesso “a zoccolo, ovvero a livello del bat-
tiscopa sul pavimento. Sono utilizzati negli USA, e da noi nelle ristrutturazioni o al disotto di
grandi vetrate. Presentano lo svantaggio di favorire il moto delle polveri.

2.2 Calcolo delle perdite di carico


Le reti di distribuzione del fluido termovettore, essendo a tutti gli effetti circuiti idraulici, sono soggetti
a delle perdite di carico, che devono essere determinate per il corretto dimensionamento dei tubi e
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 36

la scelta delle pompe di circolazione. Le resistenze al moto si manifestano sia lungo le tubazioni e
sono proporzionali alla lunghezza del percorso e sia in corrispondenza a variazioni brusche di sezione
o deviazioni del flusso. Pertanto, le perdite di carico5 possono essere considerate di 2 tipi, distribuite
∆pd e localizzate o concentrate ∆pc . Di conseguenza, esprimiamo le perdite di carico complessive in
un ramo di un circuito idraulico nel seguente modo:

∆p = ∆pd + ∆pc

Con riferimento al Sistema Internazionale di unità di misura (SI) r si esprime in pascal (Pa) o suoi
multipli (kPa o bar). Dividendo l’espressione di r per la densità dell’acqua ρ e per l’accelerazione
di gravità g il salto di pressione viene espresso come altezza di colonna d’acqua, metri di colonna
d’acqua (m c.a.) o col suo sottomultiplo più utilizzato, il millimetro di colonna d’acqua (mm c.a.) e
la perdita di carico per unità di lunghezza sarà espressa rispettivamente in (m c.a./m) e (mm c.a./m).
Osservazione: Per la valutazione delle pressioni sono in uso numerose unità di misura di tipo tecnico.
In particolare, nei circuiti idraulici è diffusa la misura in termini di altezza di colonna d’acqua espressa
in millimetri (mm c.a.) o metri (m c.a.). Per passare facilmente da pascal a mm c.a. si consideri che
una colonna d’acqua alta un metro (1000 mm c.a.) produce alla base, a causa del suo peso, una
pressione:
ρgz 1000 · 9, 81 · 1 N
p= = = 9810 2 ≈ 10000Pa
A 1 m
Pertanto, in ambito tecnico si assume normalmente

1 mc.a. ≈ 10 kPa ; 1 mmc.a. ≈ 10 Pa

Per le perdite di carico espresse in metri o millimetri di colonna d’acqua useremo nel seguito il
simbolo ∆z. Nella fase di progettazione si cerca di limitare le perdite di carico e le velocità del fluido
entro valori accettabili. Tipicamente, si fa in modo di restare entro i seguenti valori:

0, 5 < w < 2, 5 m/s per la velocità del fluido nei tubi;


10 < ∆z L
< 30 mm c.a./m per la perdita di carico specifica per metro di tubazione.
Per quanto riguarda i valori della velocità del fluido, valori elevati di w comportano diametri
minori delle tubazioni con conseguenti minori ingombri e costi di impianto, parallelamente si hanno
maggior usura delle tubazioni, maggior rumore e maggiori perdite di carico con necessità di pompe
più potenti e maggiori costi di esercizio.

2.2.1 Calcolo delle perdite di carico distribuite


Le perdite distribuite sono funzione della scabrezza del diametro e della lunghezza dei condotti, e
sono proporzionali al quadrato della velocità. Per le tubazioni (a sezione costante) é conveniente fare
riferimento alle perdite per unità di lunghezza:
1 w2
r = fa ρ
D 2
con:

r perdita di carico per unità di lunghezza;


D diametro del condotto
5
Le perdite di carico sono comunemente espresse in termini di differenze di pressione, trascurando le differenze di
energia cinetica del fluido in diversi punti del circuito.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 37

ρ densità del fluido


w velocità del fluido
fa fattore di attrito (adimensionale)
In regime laminare il fattore d’attrito risulta:
64
fa =
Re
Per il regime turbolento il fattore d’attrito si può ricavare dal diagramma di Moody o si può calcolare
per iterazioni successive con la relazione di Colebrook:
 
1 ε 2, 51
√ = −2 log + √
fa 3, 7D Re fa

ε = scabrezza del condotto


Re = numero di Reynolds,
ρwD wD
Re = =
µ ν
con µ viscosità statica e ν viscosità cinematica del fluido.
In alternativa si può usare la formula di Altshul che ha il pregio di essere esplicita:
 0,25
′ ε 68
f = 0, 11 +
D Re
con fa = f ′ se f ′ ≥ 0, 018 oppure fa = 0, 85f ′ + 0, 0028 se f ′ < 0, 018.
Le perdite di carico sono influenzate dalla scabrezza o rugosità dei tubi. I tubi con minor scabrezza
sono quelli in rame e quelli in materiale plastico quale polietilene normale, telato o ad alta densità (PE,
PEX, PEAD), polipropilene (PP), polivinil-cloruro (PVC) che si usano sempre più frequentemente
anche per gli impianti ad acqua calda. I tubi in acciaio infine sono considerati di scabrezza media
e sono utilizzati sia senza trattamento superficiale (acciaio nero) oppure trattati per la resistenza alla
corrosione (acciaio zincato). A seconda del livello di scabrezza, esistono delle formule semplificate
per il calcolo di fa 6 :
• bassa scabrezza: 2µm < ε < 7µm (Cu, PE)
fa = 0, 316 Re−0,25

• media scabrezza: 20µm < ε < 90µm (acciaio)


fa = 0, 07 Re−0,13 D −0,14

• alta scabrezza: 0, 2mm < ε < 1mm tubi incrostati o corrosi.


Le perdite di carico per i tubi di diversi materiali si trovano comunque anche diagrammate. Si
hanno diagrammi del tipo schematizzato nella figura seguente diversi per materiale del tubo, e tem-
peratura dell’acqua. Si entra nel diagramma con la portata e la perdita di carico unitaria desiderate,
e si trova il diametro commerciale che le soddisfa. Per temperature diverse i valori di perdita di ca-
rico vanno corretti opportunamente7 a causa della variazione delle proprietà termofisiche del fluido:
soprattutto la viscosità.
6
Vedere anche il Quaderno CALEFFI: Reti di distribuzione.
7
Vedi il materiale distribuito a lezione
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 38

10000000000000000000
111111111111111111 1010
1010 Diametro 101010
10111111111111111111
000000000000000000
10111111111111111111
000000000000000000 10101010
10111111111111111111
000000000000000000 000000
111111 1010
10111111111111111111
000000000000000000 000000
111111 0
1
10111111111111111111
000000000000000000 000000
111111 101010
10111111111111111111 000000
111111
000000000000000000
10111111111111111111
000000000000000000 000000
111111 10101010 Portata
10111111111111111111000000
111111
000000000000000000000000
111111
10111111111111111111
000000000000000000 10101010
000000
111111
10111111111111111111
000000000000000000
000000
111111
10111111111111111111
000000000000000000 10101010
000000
111111
10111111111111111111
000000000000000000
1010 1010
10000000000000000000
111111111111111111 10
11111111111
00000000000
Perdite di carico specifiche

Ad esempio, per lo stesso materiale esistono 3 diversi diagrammi, a seconda della temperatura dell’ac-
qua: 10o /50o /80oC. Infatti al variare della temperatura la viscosita’ del fluido cambia sensibilmente
e di conseguenza anche le perdite, che sono maggiori alle temperature basse; a parità di portata un
impianto funzionante in raffrescamento con acqua ad una temperatura media di 10o C è caratterizzato
da perdite di carico maggiori di circa il 30% rispetto al funzionamento, in riscaldamento, con acqua
ad una temperatura media di 80oC.

2.2.2 Calcolo delle perdite di carico localizzate


Come perdite di carico localizzate si considerano quelle dissipazioni di energia che si manifestano
per brevi tratti delle condutture, in corrispondenza a deviazioni brusche del moto del fluido, con
insorgenza di fenomeni vorticosi dissipativi (in aggiunta a quelli che si hanno nei tratti rettilinei). Le
brusche deviazioni del moto si possono individuare in presenza di curve a piccolo raggio, raccordi,
variazioni di sezione, valvole, etc. . . , e vanno sommate alle perdite distribuite. Esistono due diversi
metodi per la determinazione di tali perdite:

Metodo diretto:
è il piú preciso dei due, e calcola direttamente la perdita in ogni discontinuitá:
w2
∆z = ξρ
2
con ξ coefficiente di perdita localizzata, che di solito viene fornito per ogni tipo di “disturbo” che puó
essere presente nel circuito. La perdita totale, per un tratto di tubo a diametro costante, risulta
w2 X
∆z = L r + ρ ξ
2

Metodo delle lunghezze equivalenti:


ad ogni elemento di disturbo viene associata una perdita aggiuntiva da sommare alle distribuite. Di-
mensionalmente sono lunghezze. In pratica si determina una lunghezza “virtuale” del tubo maggiore
della reale, cosı̀ le perdite totali vengono calcolate come sole perdite distribuite su tale lunghezza
fittizia. Si avrà: X
Ltot = L + Leq
dove Ltot è la lunghezza fittizia da usare nei calcoli, L la lunghezza effettiva della tubazione, Leq le
lunghezze equivalenti delle diverse discontinuità. La perdita di carico totale sará:
∆z = r · Ltot
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 39

Una volta determinate le perdite di carico per ogni tratto, si deve operare il bilanciamento idraulico
dell’impianto.

2.3 Tipologie di distribuzione:


Esistono diversi modi di collegare i terminali tra lora ed alla caldaia: per gli edifici ad uso civile
principalmente vengono utilizzati 3 tipi di distribuzione diversa:

• monotubo

• a 2 tubi

• a collettore, di solito complanare.

2.3.1 Distribuzione monotubo


Si tratta di una distribuzione ad anello sul perimetro dell’ambiente da scaldare in cui i corpi scaldanti
sono posti in serie. In passato veniva utilizzato specialmente nell’edilizia a basso costo, in quanto
consente risparmi sul costo delle tubazioni.
Caldaia

Terminali in serie

• pregi: basso costo di installazione e di tubazioni

• difetti: se si chiude un radiatore si blocca il flusso anche agli altri, essendo posti in serie. Questo
problema viene risolto con un by-pass per ogni terminale. Inoltre il salto termico avviene non
in ogni terminale, che quindi scambia poco calore, ma in tutto l’anello, costringendo ad alzare
le portate e di conseguenza le perdite di carico.

Attualmente questo sistema viene utilizzato dove gli altri riultano troppo costosi,ad esempio per
riscaldare locali molto ampi.

2.3.2 Calcolo nella distribuzione monotubo


Si possono distinguere 3 diverse sottotipologie a seconda di come si garantisce il passaggio della
portata scaldante di progetto nel radiatore o altro tipo di terminale.

• valvola a 4 vie: garantisce un rapporto costante tra la portata nel corpo scaldante e quella
nell’anello.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 40

Radiatore
Valvola

Mand.
Rit.

In pratica, è un dispositivo di regolazione con 4 bocche che realizzano 2 percorsi, uno attraverso
il radiatore e l’altro di by-pass.
• tubo venturi: il rapporto tra le portate non è più costante, dipende dalle condizioni di funzio-
namento.
• collegamento “normale” con detentore, ovvero valvola a perdita di carico variabile.
Per il dimensionamento, vengono date solo indicazioni di massima, per uno studio particolareggiato
si faccia riferimento ai manuali dei produttori. Indipendentemente dal numero di anelli, si procede
con un anello per volta, procedendo come segue:
1. Si calcola la potenza ΦA da fornire a tutto l’anello. Se ci sono n corpi scaldanti in un anello, la
ΦA è la somma delle potenze termiche ΦT di ogni terminale.
X
ΦA = ΦT

2. Si sceglie la ∆tA , salto termico nell’anello. Di solito si prende un valore compreso tra 10 e 15
K.
3. Si calcola la portata nell’anello, GA :
ΦA
GA =
c ∆tA
4. in base a tale portata ed alla perdita di carico unitaria desiderata, si trova il diametro del tubo
grazie agli appositi grafici.

Diametro

Portata

Velocita’
nei tubi

Perdite di carico specifiche


CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 41

Bisogna tener presente che i tubi in acciaio zincato sono più costosi di quelli non zincati, ma
piu’ economici del rame. Il Cu però è flessibile (mentre l’acciaio costringe a fare solo curve a
gomito), ed a sua volta può essere ricotto, per migliorare ancora la flessibilità e diminuire dun-
que il raggio delle curve fattibili. il costo del Cu è circa una volta e mezza quello dell’acciaio,
ed è meglio tenersi al disotto di 18/20 mm di diametro, per evitare prezzi degli acessori troppo
alti. Se le portate risultassero in questo caso troppo elevate, la soluzione è quella di suddividere
l’anello in due.

5. Nel caso di collegamento con tubo venturi,

Radiatore

Valvola
gi

Ga Ga−gi Ga

si possono operare sul singolo terminale i bilanci di energia e delle forze:

• Bilancio di ENERGIA (o di potenze termiche):

GA c(te,i − te,i+1 ) = Φt,i

e si ricavano cosı̀ le temperature di entrata nei diversi terminali te,i.


• Bilancio di FORZE (o di pressioni): si hanno 2 rami con 2 nodi in comune, e quindi per
l’equilibrio si deve avere lo stesso salto di pressione:

∆PA (GA − Gi ) = ∆Pi (Gi )

scegliendo il diametro di Gi e regolando la valvola si impone una certa pardita di pressione


tra i 2 nodi.

6. Una volta dimensionato l’anello, si trova la perdita di carico globale:


X
∆PA = ∆PAi + rA LA = rA Leq
P
∆PAi
Leq = LA +
rA
dove

∆PA perdita di carico globale sull’anello


∆PAi perdita di carico sul singolo terminale
rA perdita di carico per unità di lunghezza nel tubo principale dell’anello
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 42

LA Lunghezza di tale tubo.


Leq Lunghezza equivalente di tale tubo, che considera anche le perdite concentrate.
In presenza di più anelli esistono perdite diverse per ogni anello: si tratta di introdurre una
caduta di pressione ∆PV negli anelli che hanno perdite minori della massima, in modo da
bilanciare l’impianto: per ogni anello con perdita ∆PA risulterà
∆PV = ∆PA,max − ∆PA
Se non si introducessero tali cadute di pressione, negli anelli con perdita minore della massima
si avrebbe un aumento della portata fino ad avere un bilanciamento “spontaneò’ dell’impianto,
con portata totale più grande di quella di progetto, e potenza maggiore da fornire alle pompe.
Per valutare di quanto aumentano le portate, si fanno due considerazioni:
• la velocità aumenta linearmente con la portata
• Le perdite aumentano con il quadrato della velocità.
Si può calcolare la nuova portata, passando per la lunghezza equivalente:

∆PA,max = Leq rA
con rA

perdita concentrata con la nuova portata

′ ∆PA,max
rA =
Leq
Una volta noto rA′
, dal diagramma delle perdite si ricava la nuova portata G′A , che comunque
deve soddisfare:
G′A − GA
< 10%
GA

2.3.3 Distribuzione a 2 tubi


È il tipo di distribuzione che consente minor impiego di tubazioni senza precludere la possibilità di
regolare il singolo terminale, come avviene nella monotubo. Consiste nel servire in serie e parallelo
con due tubi i diversi terminali , che prendono il fluido dal tubo di mandata e lo scaricano su quello
di ritorno. Il ritorno di un terminale NON va quindi a quelli successivi, come nel monotubo. Il
collegamento può esser fatto in due modi diversi, a seconda della lunghezza dell’impianto:

ritorno semplice
, usato per gli impianti piccoli la distribuzione Ë presentata in figura 2.2 Si noti che le portate sono
diverse nelle diverse zone di distribuzione, infatti ad ogni uscita verso un terminale la portata cala nel
tubo di mandata, che verrà quindi dimensionato con diametri decrescenti, per avere perdita di carico
costante per unità di lunghezza.

Diametro
inferiore

Mand.
Rit.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 43

Caldaia

Ritorno semplice

Figura 2.2: circuito a ritorno semplice


Caldaia

Ritorno inverso

Figura 2.3: circuito a ritorno inverso

Per quanto riguarda le perdite di carico, l’ultimo terminale servito sarà soggetto a perdite molto più
alte del primo, per la maggior lunghezza dei tubi di mandata e ritorno. Per mantenere le portate
di progetto, si agisce sulle valvole dei diversi terminali. Se però l’impianto è molto lungo, occorre
pessare all’altra disposizione:

ritorno inverso
, in questo caso tutti i terminali sono soggetti a perdite simili figura 2.3, anche se si deve utilizzare un
tubo di ritorno più lungo: Per il dimensionamento delle reti a 2 tubi, si parte scegliendo una perdita
unitaria (e dunque il diametro adatto alla nostra portata iniziale), e si dimensionano i vari tratti dei
tubi cercando di mantenere costante tale perdita, pur con variazioni di portata. Per determinare le
portate, si parte dalla potenza dei vari terminali:
Φi
gi =
c∆t
con ∆t = 10K, valore tipico, uguale per tutti i terminali. L aportata globale sarà
X
G= gi

Per mantenere costanti le perdite di carico unitarie nei 2 tubi, ogni terminale dovrà avere un suo
diametro di mandata e di ritorno.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 44

Caldaia

Pianta edificio

La disposizione a 2 tubi si presta all’utilizzo di tubi in acciaio, poichel̀e curve sono di solito solo a
gomito. attualmente però si preferisce il rame, che consente collegamenti a freddo e senza filettatura,
grazie alla tecnologia “ a pressare”, o “press fitting”. Ad esempio, per il collegamento di 2 tubi in Cu
di diverso diametro,

Azione pinze
a freddo

Figura 2.4: raccordo a freddo

si usa, come raffigurato in fig 2.3.3, un raccordo con due anelli di tenuta in gomma e pinze che
garantiscono la tenuta, pur operando a freddo e senza filettature.

2.3.4 Distribuzione a collettore complanare


È un sistema molto diffuso, e va molto bene per gli impianti nuovi in edifici di nuova costruzione,
non si usa nelle ristrutturazioni. Prevede una distribuzione a livello locale, cioè di unità abitativa, a
partire da due collettori, uno di mandata e uno di ritorno giacenti sullo stesso piano che costituiscono
un unico componente, a cui sono collegati in parallelo tutti i terminali. Il collettore, di solito d’ottone
e di spessore di poco superiore al diametro esterno dei tubi di collegamento alla rete di distribuzione,
viene posizionato in una nicchia ricavata in una parete anche sottile, in posizione il più possibile
baricentrica rispetto ai corpi scaldanti, per minimizzare la quantità di tubo utilizzato e le perdite di
carico; la nicchia è di solito coperta da una lamiera metallica o una piastra in materiale plastico. I tubi
di collegamento, di solito in rame ricotto o in materiale plastico, si staccano dal collettore, scendono
verticalmente fino al pavimento in cui scorrono in orizzontale e contribuiscono,anche se in piccola
parte, al riscaldamento dei locali8 fino ai radiatori; in corrispondenza dei radiatori i tubi vengono
piegati e fatti risalire nella parete e fatti fuoriuscire dalla parete in corrispondenza dell’attacco dei
8
Si vedano le fotocopie allegate
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 45

corpi scaldanti ai quali vengono collegati mediante la valvola ed il detentore. Il posizionamento


dei tubi nel pavimento avviene prima del getto di allettamento e della finitura del pavimento. Per
quanto riguarda il dimensionamento, le relazioni da utilizzare sono le stesse della distribuzione a
due tubi. Da notare però che in questo caso ogni terminale è collegato ai collettori con due tubi di
lunghezza anche elevata, che quindi vanno scelti in modo da ottenere perdite di carico accettabili (pur
restando preferibilmente sotto i 14 mm di diametro interno se si utilizza il rame, che oltre diventa
molto costoso). Ogni terminale avrà quindi la sua lunghezza equivalente ed il suo diametro, che porta
ad una perdita totale che, in generale, è diversa per ognuno di essi. Si vuole però che con le portate di
progetto le cadute di pressione siano uguali in tutti i rami, poichè questi sono collegati in parallelo nei
collettori: altrimenti la portata nei rami meno sfavoriti aumenterebbe eccessivamente rispetto a quella
di progetto. Il sistema va dunque bilanciato idraulicamente. Per ottenere ciò si usano delle valvole di
regolazione, in modo da ottenere la stessa perdita del ramo più sfavorito anche sugli altri rami. Per
la regolazione si può intervenire anche sui detentori dei corpi scaldanti. Infine, si dovrà garantire ai
collettori una differenza di pressione pari alla perdita di carico del ramo più sfavorito.

2.4 Pannelli radianti


Sono terminali che scambiano calore gran parte per irraggiamento. Si distinguono 3 diversi tipi:

1. Pannelli ad elevata temperatura, θs > 680o C, destinati ad ambienti industriali, sono appli-
cati sospesi per non essere raggiungibili dalle persone e staccati dalle strutture, date le alte
temperature. Alcune tipologie realizzano la combustione sul supporto ceramico che costituisce
l’elemento radiante, in tal caso, siccome i prodotti della combustione vengono immessi nei lo-
cali da riscaldare il loro uso è limitato a locali aperti o semi aperti. In altre tipologie il fluido
termovettore è costituito da acqua calda pressurizzata, vapore o gas di scarico di un sistema di
combustione.

2. Pannelli a media temperatura, 80÷200oC, anche questi sono destinati ad ambienti industriali,
magazzini, ecc. e sono applicati sospesi e staccati dalle strutture. Il fluido termovettore è acqua
calda o gas di scarico di un sistema di combustione. Questo tipo ed i precedenti si usano
in particolare quando la zona da riscaldare è relativamente piccola rispetto all’intero locale.
Presentano comunque degli scambi termici per convezione che scaldando l’aria al di sopra
delle zone occupate sono da considerarsi come perdite.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 46

Zona di lavoro
3. Pannelli a bassa temperatura, 25÷45o C, sono usati per impianti di riscaldamento, ma ultima-
mente anche per il raffrescamento estivo, facendo circolare nello stesso impianto acqua fredda
(a temperature di circa 18o C). Questi ultimi possono essere:
• a pavimento: buone prestazioni sia per riscaldamento che per il raffrescamento. Sono i
più utilizzati.
• a parete: efficienti per riscaldamento e raffrescamento.
• a soffitto: efficienti soprattutto per il raffrescamento
Lo scambio termico si realizza per convezione naturale con l’aria ambiente e in modo signi-
ficativo anche per irraggiamento. Per i pannelli orizzontali, lo scambio termico è più efficace
con flusso termico ascendente. Perciò, per il riscaldamento sono migliori i pannelli a pavimen-
to, mentre per il raffrescamento estivo la resa migliore si ha con i pannelli a soffitto, che però
sono meno efficienti nella stagione invernale perchè producono stratificazione dell’aria. Lo
stesso varrebbe per il raffrescamento a pavimento, se non ci fosse una condizione favorevole:
la radiazione solare di solito entra dall’alto verso il basso e colpisce il pavimento freddo che
raccoglie cosı̀ subito una parte del carico termico da asportare. Rimane comunque la limitazio-
ne sulla convezione. Da notare che la presenza di mobili sul pavimento di solito limita poco
la diffusione del calore, mentre bisogna tener conto dei carichi che devono essere sopportati.
l’impianto deve quindi essere robusto, di solito si hanno tubi annegati in profondità nel masset-
to di calcestruzzo che deve avere spessore maggiore di 45 mm. Questo problema non si pone
per i pannelli a parete o a soffitto, che quindi possono essere molto più prossimi alla superficie,
ricoperti dall’intonaco o solo dalla tinteggiatura.

2.4.1 Riscaldamento a pavimento


È un tipo di impianto molto diffuso nei paesi dell’Europa centrale che si sta diffondendo sempre di
più anche in Italia. La sua realizzazione non richiede tecnologie particolari e può portare a risparmi
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 47

energetici soprattutto in abbinamento con caldaie a condensazione. Viene trattato nella norma UNI
EN 1264 (suddivisa in 4 parti). La prima parte è riservata a definizioni e simbologia, la seconda
alla determinazione della potenza emessa (utile ai produttori), la terza al dimensionamento (utile ai
progettisti) e la quarta riguarda prescrizioni per l’installazione (utile ai progettisti, direttori dei lavori
e installatori).

Finitura

Massetto con tubi


Vengono chiamati pannelli radianti in quanto buona parte dello scambio termico avviene per irraggia-
mento.

Irraggiamento e convezione

I pannelli sono realizzati disponendo nel massetto del pavimento, prima del getto, un tubo a spirale
o a serpentina. È consigliabile per il massetto l’utilizzo di materiali con buona resistenza meccanica
ed alta conduttività termica, come ad esempio il calcestruzzo (cls). L’obiettivo, nella realizzazione
del pavimento contenente i pannelli, è quello di favorire lo scambio termico verso l’alto e di limitarlo
verso il basso, utilizzando uno strato compatto di isolante (va bene il polistirolo o il poliuretano
espanso, non la lana di vetro o simili).

Finitura

Massetto con tubi


Isolante
Sopra il solaio portante si dispone lo strato di isolante, i cui spessori devono rispettare i valori di resi-
stenza minima previsti nella UNI EN 1264-4 e riportati nella Tabella 2.4.1. L’isolante è poi protetto
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 48

con un foglio di polietilene o equivalente. Al di sopra si posa solitamente una rete metallica che serve
sia a evitare crepe nel massetto che per l’ancoraggio dei tubi mediante ganci. I tubi sono raramente di
rame, di solito sono di materiale plastico quale polietilene (PE) o polipropilene (PP) con una guaina
per bloccare la diffusione dell’ossigeno che trasportato poi dall’acqua andrebbe ad intaccare le parti
ossidabili dell’impianto. I tubi vengono posati sopra la rete metallica con un passo stabilito in fase di
progettazione 9 .

Tabella 2.2: Resistenza termica minima degli strati di isolamento sottostanti l’impianto di
riscaldamento a pavimento
Resistenza termica minima (m2 K/W)
Pavimento verso
Ambiente sottostante Ambiente sottostante
riscaldato non riscaldato o Ambiente esterno
riscaldato in modo
non continuativo o Temperatura esterna di progetto
direttamente sul terreno (*) θe ≥ 0o C −5 ≤ θe ≤ 0o C −15 ≤ θe ≤ −5o C
0,75 1,25 1,25 1,50 2,00
(*) Con un livello di falda freatica ≤ 5m il valore dovrebbe essere aumentato

Tubo

Pianta Sezione

Esempi di posa:

9
Una soluzione alternativa alla rete metallica è costituita da pannelli isolanti con delle sporgenze cilindriche che hanno
lo scopo di trattenere i tubi in modo da rispettare il passo previsto. In questo caso il passo tra i tubi può variare solamente
ad intervalli discreti corrispondenti al passo tra le sporgenze.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 49

Infittimento nel lato freddo


della stanza

Per riscaldare un edificio si hanno più circuiti che fanno capo ad un unico collettore, posto di solito
in una nicchia in una parete verticale non necessariamente in posizione baricentrica in quanto la
lunghezza dei tubi dipende meno dalla posizione dei collettori. I tubi di norma hanno tutti lo stesso
diametro, e le perdite dei diversi circuiti dipendono quindi solo dalle diverse lunghezze. Essendo i
circuiti in parallelo nel collettore, per avere le portate di progetto si deve procedere al bilanciamento
idraulico dell’impianto, tramite opportune valvole regolabili posizionate sul collettore. I collettori
di mandata e ritorno per i pannelli radianti non sono complanari e neppure collegati rigidamente
e solitamente sono più ingombranti di quelli per impianti a collettori, anche per la presenza delle
valvole di regolazione.
Le norme prendono in considerazione diverse configurazioni (tipi) di pannelli:

Tipo A
Finitura superficiale

Massetto
Isolante
con tubi
Protezione Struttura
isolante portante

Dall’alto verso il basso:


rivestimento finale
massetto contenente i tubi in cui fluisce il fluido caldo
strato di protezione ed isolante
struttura portante

Tipo B
Finitura

Tubi disposti
nell'isolante
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 50

I tubi sono disposti sullo strato più superficiale dell’isolante con delle sottili lamelle che permettono
miglior distribuzione orizzontale del flusso termico.

Tipo C
si ha un pannello prefabbricato contenente al suo interno tubi già predisposti, collocati sopre l’isolan-
te.
Poichè lo scambio termico avviene principalmente per irraggiamento, oltre alla temperatura del-
l’aria, assume particolare importanza la temperatura delle superfici interne delle pareti. E’ opportuno
perciò fare riferimento alla temperatura operante θo dell’ambiente che è una media pesata tra la
temperatura dell’aria θa e la temperatura media radiante θmr delle superfici interne:

θo = Aθa + (1 − A)θmr

dove A è il coefficiente di pesata (ovviamente A < 1). Per velocità dell’aria basse si può assumere
A = 0, 5 e pertanto:
θa + θmr
θo =
2
La temperatura media radiante delle pareti θmr è la temperatura uniforme che le pareti dovrebbero
avere per scambiare per irraggiamento lo stesso calore, l’esatto valore di θmr si ottiene pesando con i
fattori di vista e con l’area il valore della temperatura assoluta delle diverse pareti:

θmr = Tmr − 273, 15

dove v
uX
u n
4 t
Tmr = (θsj + 273)Fj
j=1

ed inoltre

n numero di pareti
θsj temperatura della j-esima parete
Fj fattore di vista della j-esima parete

Quando le pareti hanno temperature superficiali poco diverse tra loro (∆θ < 5K si può assumere:
Pn
j=1 θ sj Aj
θmr ≈ Pn
j=1 Aj

con Aj area della j-esima parete.


Nella norma UNI EN 1264-2 è fornita un’espressione per il calcolo della potenza termica per
unità di superficie che il pannello può fornire in funzione delle temperature in gioco:
Y
q = B (ai )mi ∆θH (2.1)

dove

q flusso termico per unità di superficie fornito dal pannello


B = coefficiente caratteristico dell’impianto
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 51

ai , mi coefficienti caratteristici del pavimento


∆θH differenza di temperatura media logaritmica tra l’acqua nei tubi e l’ambiente.

La differenza di temperatura media logaritmica è data dalla seguente relazione:


θV − θR
∆θH =
ln( θθVR −θ
−θ i
i
)
con

θV temperatura di mandata dell’acqua


θR temperatura di ritorno dell’acqua
θi temperatura dell’ambiente

Ci sono diversi fattori che influenzano la potenza scambiata e di cui si tiene conto mediante i
termini am i
i :

• Il passo tra i tubi, T ;

• Lo spessore del supporto, su . Normalmente il supporto è il massetto in CLS.

• La conduttività termica del supporto, λE ;

• La resistenza termica del rivestimento, RλB ;

• Il diametro esterno dei tubi, D, che solitamente sono rivestiti da una barriera alla migrazione
di O2 :

• elementi conduttivi addizionali, KW L ;

• Il contatto tra i tubi e il pavimento.

In realtà la potenza scambiata dovrebbe essere

q = f (∆θnH )

con 1, 00 ≤ n ≤ 1, 05, ma di fatto si usa sempre n = 1. Mediante la formula 2.1 il produttore


del pannello (o il progettista) al variare dei parametri costruttivi determina le curve caratteristiche
del pannello in funzione di ∆θH in particolare, per i valori del passo T che si intendono utilizzare,
sono utili le curve ottenute con resistenze del rivestimento Rλ,B = 0, 0 ed Rλ,B = 0, 1 m2 K/W. Sui
diagrammi che rappresentano le curve caratteristiche sono riportate anche le curve che rappresentano
le massime potenze ottenibili qG , al variare di ∆θH , per una temperatura massima superficiale
di 29o C (zona calpestabile) e 35o C (zona perimetrale)10 . L’emissione massima qG per per un salto
termico θF,max − θi = 9 K (curva limite inferiore si ottiene dalla seguente relazione:

qG = BG (∆θ H )nG
10
Le curve limite inferiore e superiore valgono per differenze tra la massima temperatura del pavimento e l’ambiente
di 9 K e 15 K rispettivamente. In particolare la curva limite inferiore si può utilizzare anche per i bagni dove è prevista
una temperatura superficiale massima di 33o C per una temperatura ambiente di 24o C, associate a Rλ,B = 0, 0.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 52

mentre l’emissione massima qG per per un salto termico θF,max − θi = 15 K (curva limite superiore
si ottiene dalla analoga relazione:
 1,1(1−nG )
15
qG = BG (∆θH )nG
9
dove BG ed nG sono riportati in prospetti nella Norma UNI EN 1264-2 in funzione del passo tra i
tubi T e dello spessore su e conduttività termica λE dello strato di supporto. Dalla uguaglianza tra
queste espressioni di qG e la resa del pannello fornita dalla 2.1 si ottiene il valore di ∆θH,G salto di
temperatura medio logaritmico in corrispondenza della intersezione tra le curve caratteristiche e le
curve limite11.
Per i limiti sulla temperatura massima del pavimento a 29o C nella zona calpestabile un pannello
ha una emissione massima di circa 100 W/m2 in tale zona. Mentre ai bordi dei locali, dove si ha
maggiore dispersione e dove è concessa una temperatura massima di 35o C il limite di emissione
raggiunge dirca 175 W/m2 . Valori tipici di emissione in fase di progetto per la zona calpestabile sono
q = 80/90 W/m2 .

2.4.2 Prestazioni e dimensionamento dei pannelli a pavimento


Il dimensionamento dei pannelli a pavimento per i diversi ambienti viene effettuato utilizzando un
diagramma, su cui sono riportate le curve caratteristiche, calcolate con la formula 2.1, che in ascissa
presenta la differenza di temperatura media logaritmica ∆θ H tra ambiente e l’acqua nei tubi, mentre in
ordinata il flusso termico specifico q per diversi valori del passo T e della resistenza del rivestimento

q''

Grafico
bilogaritmico

θ ι − θ fm
Rλ,B vedi figura 2.5.
Per il dimensionamento dell’impianto il punto di partenza è sempre la potenza da fornire ad
ogni singolo locale, indicata nella Norma come QN,f che deve essere depurata della dispersione dal
pavimento verso il basso12 in quanto questa viene compensata da una maggior portata d’acqua, senza
influire sulla temperatura della superficie superiore.
Si valuta poi, per ogni stanza, la richiesta di potenza per unità di superficie utile di pavimento:
QN,f,j
qj = (2.2)
AF,j
dove AF,j rappresenta l’area utilizzabile per disporre i tubi del pannello nella j-esima stanza. Si
individua la stanza più sfavorita, che è quella che richiede la massima emissione:
qmax = max {qj }
11
Per i dettagli vedere la Norma UNI EN 1264-2.
12
Nella determinazione delle curve caratteristiche, quando si valuta la prestazione del pannello, la dispersione verso il
basso viene assunta pari al 10% di quella verso l’alto.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 53

R
q''

175
Limite alto
θpavim.

100
Limite basso
θpavim.

∆θ h

Figura 2.5: Esempio di diagramma con le curve caratteristiche e le curve limite

da questo calcolo sono esclusi i bagni, che vengono considerati con θi = 24oC e quindi con un

Area
perimetrale

Area <1m
calpestabile

Figura 2.6: Indicazione della zona periferica di un pannello a pavimento

∆θ H = 9o C
Si passa cosı̀ alla scelta del passo tra i tubi da utilizzare nella stanza più sfavorita mediante l’uso
delle curve caratteristiche dei pannelli per i diversi valori del passo tra i tubi.
Per la scelta del passo tra i tubi e della temperatura di mandata dell’acqua la norma prevede
l’utilizzo delle curve caratteristiche valutate con Rλ,B = 0, 1 m2 K/W13 . Si notino sul grafico le due
curve limite, la più bassa per la zona calpestabile e i bagni, con θ F,max − θi = 9K, e la più alta
13
Se la resistenza del rivestimento è Rλ,B,j > 0, 1 bisogna utilizzare le curve caratteristiche valutate per la resistenza
effettiva del rivestimento.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 54

R λB
q''
R λB = 0

∆θ h

Figura 2.7: Curve caratteristiche di un pannello a pavimento per diversi valori della resistenza del
rivestimento

per le zone perimetrali, con θF,max − θi = 15K. si tratta dunque di trovare sul diagramma, in
funzione della qmax , il passo dei tubi e la resistenza del pavimento (anche se la finitura è scelta a
priori dal committente). Naturalmente, minore è il passo, maggiore è l’emissione a parità di massima
temperatura del pavimento in quanto si ha maggiore uniformità della temperatura superficiale.
Praticamente, si entra nel diagramma sulle ordinate col valore di qmax e muovendosi in orizzontale
si individuano le intersezioni tra il valore di qmax e le curve caratteristiche per i diversi passi. Le
intersezioni al di sotto della curva limite inferiore individuano tutte dei passi utilizzabili. Se non ci
sono intersezioni al di sotto della curva limite inferiore si procede a suddividere il pavimento in zona
perimetrale e zona calpestabile14 . Individuata la fascia che si vuole utilizzare come perimetrale, con
larghezza massima di 1 metro, se ne calcola l’area AR alla quale competerà un flusso specifico qR
scelto tra quelli ottenibili dal pannello al di sotto della curva limite superiore. Scelto il passo TR , che
fornisce qR , si calcola la potenza termica residua da soddisfare con il pannello nella zona occupata
(calpestabile) di area AA = AF − AR come:

QA = QN,f − qR AR

Quindi, l’emissione richiesta su tale area è:


QA
qA =
AA
Se questo qA non è più il qmax si ripete il procedimento a ripartire dalla stanza con qj = qmax.
Riassumendo, l’emissione nella zona calpestabile deve star sotto la curva limite inferiore, nella zona
perimetrale sotto quella superiore. Se nemmeno cosı̀si riesce a soddisfare QN,f , tenuto conto che la
fascia perimetrale non può essere più larga di 1m, si inserisce nell’ambiente un terminale di altro tipo,
tipicamente un ventilconvettore che funziona con temperature simili a quelle dei pannelli radianti
oppure un radiatore o uno scalda salviette (nei bagni). In questo caso il contributo del terminale va
sottratto al QN,f .
14
Le zone periferiche che hanno temperature superficiali più elevate (fino a 35o C sono generalmente situate lungo le
pareti esterne dell’ambiente, in corrispondenza quindi delle zone a maggior dispersione.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 55

Temperatura di mandata dell’acqua in condizioni di progetto


Poichè il q viene fornito tramite itacqua calda, il passo successivo è la valutazione della temperatura
di mandata dell’acqua: La temperatura superficiale del pavimento non è uniforme ma è maggiore
in corrispondenza dei tubi e massima in corrispondenza del primo tubo del circuito dove l’acqua è
alla temperatura di mandata θV . In pratica, la limitazione sulla temperatura superficiale si traduce
in un limite sulla temperatura di mandata dell’acqua. La formula 2.1 permette di determinare la
resa in funzione della differenza di temperatura media logaritmica tra l’acqua e l’ambiente ∆θ H ma
da questa non è direttamente esplicitabile la temperatura di mandata dell’acqua che costituisce un
parametro progettuale fondamentale.
θV − θR
∆θH = (2.3)
ln( θθVR −θ
−θ i
i
)

L’acqua subisce dunque un salto termico tra la temperatura di mandata θV e quella di ritorno θR :

σ = θV − θR (2.4)

θ V è la stessa per tutti i circuiti che confluiscono allo stesso collettore di zona. Per gli impianti
semplici è preferibile che θV sia la stessa per tutti i circuiti anche per un impianto con più zone
controllate separatamente. Oltre al passo tra i tubi, la temperatura di mandata dell’acqua rappresenta
l’altra incognita da determinare nella fase di progettazione. Si definisce temperatura di mandata
di progetto θV,des , quella calcolata partendo dal locale più sfavorito, cioè quello con flusso termico
specifico più alto. La differenza tra questo valore e la temperatura dell’ambiente viene definita come:

∆θ V,des = θV,des − θi

Per il locale più sfavorito si fissa come riferimento σ ≤ 5 K.


La ∆θ V,des può essere ricavata direttamente dalla espressione di ∆θ H,des 15 , infatti dalle equazioni
2.3 e 2.4 si ottiene:
σ
∆θH = ∆θ V
ln( ∆θV −σ )
da questa, passando dal logaritmo agli esponenziali si esplicita rispetto a ∆θV e si ottiene:
σ
∆θV = − ∆θσ
(2.5)
1−e H

La stessa equazione 2.5 si può usare per il valore di progetto ∆θV,des , è sufficiente sostituire ∆θ H con
∆θ H,des . In alternativa alla 2.5, la norma propone due espressioni approssimate per ∆θV a seconda
del valore del rapportoσ/∆θH , i due casi sono:

σ/∆θH ≤ 0, 5

oppure
σ/∆θH > 0, 5
Nel primo caso, se si assume σ = 5 K allora ∆θH ≥ 10 K e si ha:
σ
∆θ V,des ≤ ∆θ H,des +
2
15
il pedice des indica il valore assunto in condizioni progetto
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 56

σ/∆θH > 0, 5, e quindi se σ = 5 K ∆θH ≤ 10 K, si ha:

σ σ2
∆θV,des ≤ ∆θ H,des + +
2 12∆θH,des

Nelle precedenti equazioni la norma permette di utilizzare al posto della differenza ∆θ H,des cor-
rispondente alla emissione in condizioni di progetto qdes la differenza ∆θH,G corrispondente alla
emissione limite qG per lo stesso passo, con la limitazione:
σ
∆θV,des ≤ ∆θ H,G +
2
con σ ≤ 5 K. Dal diagramma si ottengono la ∆θ H,des a partire da qmax e dalla curva caratteristica
del pannello scelto per il locale e la ∆θH,G in corrispondenza della intersezione tra la stessa curva
caratteristica e la curva limite inferiore, come rappresentato nella figura 2.8 Se l’ambiente è previsto

Figura 2.8: Uso del diagramma per la scelta della temperatura di mandata dell’acqua

con la zona periferica a temperatura più elevata la scelta della temperatura di mandata acqua può
essere fatta con riferimento alla curva limite superiore se il circuito della zona periferica è separato
da quello della zona occupata ed è alimentato con un controllo separato della temperatura dell’acqua,
oppure anche nel caso in cui il circuito sia in serie, a monte di quello della zona calpestabile, purché
il salto termico sul circuito della zona periferica sia calcolato in modo che la temperatura dell’acqua
all’ingresso della zona occupata non violi il limite imposto dalla curva limite inferiore, per la curva
caratteristica corrispondente al passo scelto per la zona occupata.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 57

R finitura R finitura
q'' scelta scelta
q''

q max.
σ/2

q max.

∆θ h
∆θ
h, G
∆θ h, des ∆θ h ∆θh, des ∆θ v, des

Salto termico per l’acqua negli altri ambienti


Per gli altri ambienti alimentati con la stessa temperatura di mandata e quindi con lo stesso ∆θV,des , il
valore della differenza di temperatura media logaritmica acqua-ambiente ∆θ H,j si ricava dal diagram-
ma delle curve caratteristiche in corrispondenza della emissione qj richiesta per il locale j−esimo. Si
calcola il salto termico sull’acqua:

σ j = 2(∆θV,des − ∆θH,j )

tale valore è accettabile se soddisfa la limitazione (σ j /∆θH,j ) < 0, 5 altrimenti deve essere calcolato
con la seguente formula:
" 1 #
3 ∆θV,des − ∆θH,j 2
σ j = 3∆θH,j 1+ −1
4 ∆θH,j

Portata d’acqua nei circuiti


Fissato il salto termico ∆θ V,des tra acqua e ambiente ed il salto termico sull’acqua σ j resta da determi-
nare la portata d’acqua nei circuiti. Ogni circuito deve fornire una potenza termica QN f,j verso l’alto
al locale da riscaldare ma contemporaneamente disperde verso il basso una potenza termica Qu,j in
funzione della condizione al contorno inferiore e della resistenza termica della struttura al disotto dei
tubi.
Quindi, per il j-esimo locale, la totale potenza che l’acqua deve fornire è:

Qw,j = QN f,j + Qu,j = ṁH,j cw (θV − θ R )j = ṁH,j cw σ j (2.6)

dove:

ṁH,j portata di fluido nel j-esimo circuito;


cw = 4190 J/(kg K) calore specifico dell’acqua;
Qu,j perdita dal pannello verso il basso.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 58

Con riferimento alla unità di superficie di pannello, la potenza che l’acqua deve fornire può essere
espressa come:
Qw,j
= qJ + qu,j
AF,j
dove:

qu,j perdita dal pannello verso il basso, per unità di superficie


AF,j area del pavimento

Tralasciando per brevità il pedice j, con riferimento alla figura 2.9, indicando con qo = qj il flusso
termico da fornire verso l’alto e con θw la temperatura dell’acqua in un generico punto del circuito, si
possono fare le seguenti considerazioni:

Finitura superficiale Ti
Ro

Tw

Isolante
Ru
Supporto

Tu

Figura 2.9: Schema di riferimento per la determinazione della portata d’acqua

Flusso termico specifico verso l’alto:


θw − θi
qo =
Ro
dove con Ro si è indicata la resistenza termica per unità di superficie tra i tubi e l’ambiente superiore,
ottenuta come somma delle resistenze dei singoli strati di materiale e della resistenza superficiale
superiore:
1 su
Ro = + Rλ,B +
hi λu
1
hi
= 0, 093 (m2 K)/W dove:
1
hi
= 0, 093 (m2 K)/W è la resistenza superficiale superiore
Rλ,B è la resistenza conduttiva del rivestimento,
su è lo spessore dello strato di supporto,
λu è la conduttività termica dello strato di supporto.

Flusso termico specifico verso il basso:


θw − θu
qu =
Ru
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 59

dove con Ro si è indicata la resistenza termica per unità di superficie tra i tubi e l’ambiente inferiore,
ottenuta come somma delle resistenze dei singoli strati di materiale e della resistenza superficiale
inferiore:
1
Ru = Rλ,ins + Rλ,sol + Rλ,int +
hu
dove:

Rλ,ins è la resistenza conduttiva dell’isolante,


Rλ,sol è la resistenza conduttiva della soletta,
Rλ,int è la resistenza conduttiva dell’intonaco,
1
hu
= 0, 017 (m2 K)/W è la resistenza superficiale inferiore.

Somma dei due contributi:


θw − θi θw − θu
qo + qu = +
Ro Ru
si aggiunga e si sottragga θi al numeratore della seconda frazione del membro di destra, si ottiene:
θw − θi θw − θi θi − θu
qo + qu = + +
Ro Ru Ru
infine:  
θw − θi Ro Ro θi − θu
qo + qu = 1+ +
Ro Ru Ru θw − θ i
e poichè
θw − θi
qo = qj =
Ro
si ha:  
Ro θi − θu
qo + qu = qj 1 + +
Ru qj Ru
Cosı̀, moltiplicando per l’area del pavimento, la potenza totale da fornire al locale j-esimo risulta:
 
Ro θi − θu
Qw,j = (qj + qu,j )AF,j = AF,j qj 1 + +
Ru qj Ru

dalla equazione 2.6 per il locale j-esimo si ha la seguente portata d’acqua:


 
Qw,j AF,j qj Ro θ i − θu
ṁH,j = = 1+ +
cw σ j cw σ j Ru qj Ru

Nel caso in cui si abbia θu = θi , ovvero l’ambiente sottostante sia riscaldato, la formula si
semplifica come segue:  
AF,j qj Ro
ṁH,j == 1+
cw σ j Ru
Il qu (calore ceduto verso il basso) è equivalente al calore di un pannello radiante a soffitto per il vano
inferiore, e bisogna tenerne conto.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 60

Lunghezza dei circuiti


La lunghezza dei circuiti può essere valutata con buona approssimazione, trascurando il contributo
delle curve, nel modo seguente:
AF
L=
T
dove AF è l’area del pavimento, e T il passo tra i tubi. E’ preferibile che la lunghezza dei circuiti
cada nel seguente intervallo:
30 < L < 100 m
In quanto percorsi molto lunghi hanno perdite di carico elevate, gravando troppo sulla pompa di
circolazione, la cui prevalenza dipende direttamente dalla lunghezza del circuito più sfavorito. Da tale
prevalenza e dalla portata totale dipende poi la potenza ed il consumo di energia della pompa. Se dal
calcolo risultano valori di L troppo elevati, occorre spezzare il circuito in 2 o più rami, ridistribuendo
la portata a parità di salto termico sull’acqua cosı̀ si riducono di molto le perdite di carico. Questo è
consigliato nel caso ci sia un circuito molto più lungo degli altri, che condiziona tutto l’impianto.

Stanza 1 Stanza 2
Nella posa in opera ci sono dei locali (di solito i corridoi) in cui passano i tubi di diversi circuiti ed il
passo può essere troppo stretto per il rispetto della temperatura massima del pavimento, in tal caso si
provvede ad isolare alcuni tratti di tubo per evitare surriscaldamento. Tale isolamento protegge anche
dalla formazione di condensa superficiale nel caso i pannelli vengano usati anche per il raffrescamento
estivo.
Per concludere, si sottolinea che gli impianti di riscaldamento in cui il fluido termovettore è a
bassa temperatura come per i pannelli radianti e spesso per i ventilconvettori si possono utilizzare
efficacemente le caldaie a condensazione che in questi casi funzionano in condizioni ottimali.

2.5 Confronto tra caldaie tradizionali ed a condensazione


Nelle caldaie tradizionali i fumi vengono espulsi a temperature tali da evitare la formazione di con-
dense nel condotto dei fumi: per le caldaie a gasolio, a nafta o ad olio pesante, a causa della presenza
dello zolfo nei fumi i valori tipici sono attorno ai 120/140oC per evitare la condensa acida dei com-
posti dello zolfo. Per le caldaie a gas la temperatura dei fumi può scendere a valori molto più bassi
fino a circa 80o C. Nelle caldaie a condensazione invece, gli scambiatori fumi-acqua sono fatti in
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 61

modo da tollerare la condensazione del vapor d’acqua presente nei fumi e di sfruttarne cosı̀ il calore
di cambiamento di fase r che per i livelli di temperatura in gioco vale circa 2500 kJ/kg. Il metano
(CH4 ), combustibile utilizzato in queste caldaie, tra gli idrocarburi è quello che presenta il maggior
rapporto H/C, che si traduce nella maggior in una maggior quantità di acqua nei fumi ed una maggior
differenza tra il potere calorifico inferiore e quello superiore (circa il 10%).

Combustibile Potere calorifico a 25o C Densità


normale
[kJ/kg] [kJ/m3n] [kg/m3n]
inferiore superiore inferiore superiore
Idrogeno 120000 141900 10800 12770 0,090
Metano 50050 55550 35890 39830 0,717
Propano 46350 50400 93630 101800 2,020

Tabella 2.3: Poteri calorifici per alcuni combustibili gassosi

Da qui la convenienza nel far condensare il vapore presente nei fumi, che normalmente contengo-
no acqua CO2 , N2 e tracce di altri composti trascurabili dal punto di vista energetico. La temperatura
di rugiada del vapore contenuto nei fumi di una combustione stechiometrica di metano è di circa
59o C 16 . Raffreddando i fumi sotto tale vapore si ha dunque formazione di condensa. Più fredda è
l’acqua di ritorno dall’impianto, più bassa può essere la temperatura dei fumi in uscita, maggiore sarà
la quantità di vapore condensato, e dunque il calore latente recuperato. Le caldaie a condensazione
si accoppiano quindi perfettamente con gli impianti a pannelli radianti a pavimento, che hanno tem-
perature del fluido circolante molto più basse di quelle dei radiatori. La temperatura superficiale del
pavimento deve infatti restare al disotto dei 29o C, che corrisponde ad una temp. di mandata attorno
a 40 ÷ 50oC. Altro buon accoppiamento è quello con i ventilconvettori, che per evitare un eccessi-
vo riscaldamento dell’aria vengono fatti funzionare con una termperatura dell’acqua dell’ordine di
45 ÷ 50o C. Si noti che le temperature di ritorno sono minori, tipicamente di 10K, rispetto a quelle di
mandata, e risulta quindi molto semplice far condensare il vapore nei fumi. Comunque, non si realiz-
za mai la condensazione di tutto il vapore presente nei fumi in quanto man mano che questi si seccano
diminuisce la pressione di vapore e la temperatura di rugiada. Per aumentare le prestazioni di queste
caldaie esse sono di solito accoppiate ad una sonda climatica esterna17 e ad una centralina elettronica
che regola la temperatura di mandata dell’acqua all’impianto facendola diminuire all’aumentare della
temperatura esterna18 . Una caldaia a condensazione provvista di sonda climatica esterna e centralina
di controllo può risultare vantaggiosa anche su un impianto a radiatori, in quanto ai carichi parziali le
temperature di ritorno possono scendere al disotto del valore critico. Una caldaia a condensazione che
lavori a temperature sufficientemente basse arriva ad avere rendimenti superiori del 10/15% rispetto
ad una tradizionale.
• caldaia tradizionale a CH4 ad alto rendimento ha:
Φu
η t100 = ≈ 91%
ṁc Hi + R
16
La combustione avviene sempre con un eccesso d’aria ed il valore della temperatura di rugiada diminuisce all’aumen-
tare dell’eccesso d’aria nella combustione a causa della diluizione dei fumi ed una minore pressione parziale del vapor
d’acqua.
17
Sonda che misura la temperatura dell’aria esterna
18
La regolazione si basa sulla dipendenza quasi lineare tra il carico sull’impianto e la differenza di temperatura tra gli
ambienti riscaldati e l’esterno
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 62

dove
η t100 = rendimento a massimo carico riferito ad Hi
Hi = potere calorifico inferiore
R = potenza del ventilatore del bruciatore (trascurabile)
Si vede che la massima potenza ottenibile è forzatamente legata all’Hi, non avendosi conden-
sazione.

• caldaia a condensazione a CH4 :

Acqua di ritorno

Condensa

Φu, cond
η= ≈ 90/92%
ṁc Hs
η t100 = 98/102%
dove

η rendimento a massimo carico riferito ad Hs


Hs potere calorifico superiore

Si noti che il valore di η t100 può superare l’unità in quanto è riferito al potere calorifico inferiore.

Come si può notare, il rendimento effettivo di una caldaia a condensazione può essere nettamen-
te superiore, anche se bisogna controllare con continuità la temperatura dell’acqua per garantire la
condensazione in tutte le situazioni in cui è possibile.
In definitiva, una caldaia a condensazione rispetto ad una normale comporta:

- minori spese di combustibile


maggiori spese di acquisto e manutenzione.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 63

2.6 Locali caldaie e sicurezza


La caldaia è un sistema che trasforma l’energia chimica di una portata di combustibile, ṁc , in energia
termica, trasportata poi all’edificio con una linea di distribuzione del fluido caldo. La portata di fluido
in uscita è garantita da una pompa, e pochè il circuito è chiuso e il regime stazionario ci sarà un ritorno
con la stessa portata. Si rendono necessari dispositivi di controllo e sicurezza:

MANOMETRO
POMPA
SFIATO MANDATA
VASO
ESPANSIONE TRM RM
VS(RM)

TRM
REG TRM RITORNO
CD
PRST
RM
VAC

• TRM RM= termostato di sicurezza a riarmo manuale: si interviene manualmente per riattivare
il sistema. Scatta quando la temperatura supera quella di regolazione.
• TRM REG= termostato di regolazione, spegne la caldaia quando si raggiunge la temperatura
dell’acqua voluta.
• VAC= valvola di controllo del combustibile, che può essere chiusa da un dispositivo di sicurezza
attiva quando si raggiungono temperature troppo elevate.
• TRM CAL= tremometro caldaia, senza funzioni di sicurezza.
• TRM MA= termometro sulla tubazione di mandata
• MAN= manometro per controllare la pressione
• PRS RM= pressostato a riarmo manuale, scatta al superamento di una pressione ritenuta peri-
colosa
• SFT= sfiato, che sfiata i gas presenti nella caldaia
• VS RM= valvola di sicurezza, la cui apertura è controllata da una molla, quando scatta si ha
uno scarico di parte del fluido contenuto nel generatore. anche questa è a riarmo manuale, ed è
sensibile alla pressione nel fluido.
• VE= vaso di espansione, che compensa le dilatazioni del fluido alle diverse temperature.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 64

2.6.1 Vasi di espansione


Il fluido che riempie tutti i componenti dell’impianto e tutti i tubi, durante il funzionamento dell’im-
pianto subisce delle variazioni di temperatura cicliche (cicli giornalieri, settimanali, stagionali). Le
maggiori variazioni si hanno tra i lunghi periodi di spegnimento ed i periodi di pieno regime. A
causa delle variazioni di temperatura il fluido è soggetto a variazioni di volume per effetto della dila-
tazione termica. Per impianti a liquido, la variazione di volume tra impianto freddo e impianto caldo
(espansione) si valuta in funzione del contenuto di fluido19 e delle sue caratteristiche, come segue:

E = Vl α(θ)(θmax − θmin )

con:
E variazione di volume del liquido dell’impianto;
Vl volume di liquido contenuto nell’impianto;
α(θ) coefficiente di dilatazione volumica del liquido20;
θmax massima temperatura prevista per il funzionamento normale dell’impianto;
θmin minima temperatura prevista per il liquido dell’impianto.
Per gli impianti di riscaldamento ad acqua, assumendo normalmente:
θmax = 80o C
θmin = 10o C
tenuto conto della dipendenza di α dalla temperatura si può assumere:

α(θ max − θmin ) = 0, 03

In pratica la variazione di volume del liquido risulta pari al 3% del volume iniziale. Per gli impianti
a radiatori il volume d’acqua Vl contenuto nell’impianto è proporzionale alla potenza dell’impianto e
vale circa 15÷20 l/kW. La variazione di volume del fluido, durante l’esercizio normale dell’impianto,
è compensata mediante dei dispositivi detti vasi di espansione21 . I vasi di espansione sono collegati
al generatore mediante dei tubi detti tubi di sicurezza che devono rispettare particolari disposizioni
dimensionali e di collegamento riportate nella Norma già citata UNI 10412.
I vasi di espansione possono essere di due tipi, aperti o chiusi.

Vasi aperti:
Presenti solo nei vecchi impianti e negli impianti con generatore di calore a combustibile solido non
polverizzato, sono posti al di sopra del punto più alto dell’impianto e sono collegati a questo punto
mediante un tubo detto tubo di sicurezza. Sono costituiti da una vaschetta con coperchio e di solito
sono muniti di galleggiante per il controllo del livello minimo. All’interno della vaschetta il liquido
può oscillare tra il livello minimo, controllato dal galleggiante, ed un livello massimo, determinato
da un tubo di troppo pieno che scarica il liquido in eccesso in una tubazione o canale di scarico. Le
oscillazioni del liquido all’interno del vaso devono compensare le variazioni di volume del liquido
19
Il progettista ha l’obbligo di dichiarare il volume di fluido contenuto nell’impianto
20
Il coefficiente di dilatazione volumica è una proprietà che dipende sensibilmente dalla temperatura
21
La norma di riferimento per i vasi di espansione e gli altri dispositivi di sicurezza sugli impianti ad acqua calda è la
UNI 10412.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 65

nell’impianto che passando da impianto freddo a impianto caldo subisce una dilatazione. Pertanto
il volume compreso tra il livello dell’acqua a impianto inattivo (punto di chiusura del galleggiante)
ed il livello dell’acqua in corrispondenza al bordo inferiore del tubo di troppo pieno deve essere non
inferiore all’espansione E del fluido. Oltre al troppo pieno il vaso aperto deve essere dotato di un
tubo di sfogo comunicante con l’atmosfera. Il tubo di troppo pieno e quello di sfogo devono essere
indipendenti e senza valvole di intercettazione. I vasi di espansione, i tubi di sicurezza e i tubi di
troppo pieno devono essere protetti dal gelo.

canale di sfogo

troppo pieno
E

tubo di sicurezza

Figura 2.10: Schema di un vaso di espansione aperto

Vasi chiusi:
Si possono classificare nel modo seguente:

autopressurizzati senza diaframma o membrana;


prepressurizzati senza membrana o con membrana;
a pressione costante senza membrana;
a pressione e volume costanti costituiti da due serbatoi senza membrana.

Vengono collegati alla tubazione di mandata, al di sotto della flangia oppure al ritorno in prossi-
mità della caldaia; i primi due tipi si evita di collegarli a valle della pompa di circolazione per non
assoggettarli alla prevalenza della pompa. I vasi di espansione chiusi senza membrana, vedi Figura
2.12, quando vengono collegati all’impianto sono pieni di gas (solitamente aria o azoto), a pressione
atmosferica po se auto pressurizzati o alla pressione di precarica pp se prepressurizzati. Il collegamen-
to è fatto in modo che l’ingresso dell’acqua sia rivolto verso il basso in modo da non lasciare uscire
l’aria o il gas.
Durante il caricamento dell’acqua nell’impianto il vaso si riempie parzialmente d’acqua e la pres-
sione interna si porta alla pressione dell’impianto spento pi o di inizio esercizio (pressione idrostatica
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 66
Schema di impianto con tubo di sicurezza e tubo di carico
Legenda
1 Tubo di sfiato
2 Tubo di troppo pieno
3 Tubo di caricamento
4 Andata
5 Ritorno
6 Generatore di calore
7 Tubo di sicurezza
8 Vaso d’espansione aperto

Figura 2.11: Schema di impianto con vaso aperto

in corrispondenza del vaso)22 . Nei vasi autopressurizzati la pressione di inizio carica è pari alla
pressione atmosferica po . Durante l’esercizio, a causa della dilatazione dell’acqua contenuta nell’im-
pianto, dell’acqua entra nel vaso, ne occupa una parte e comprime il gas contenuto in esso. Alla
temperatura massima di esercizio la pressione pf all’interno del vaso non deve determinare in altre
parti dell’impianto il superamento del valore della pressione massima di esercizio dei componenti
dell’impianto alla quale sono tarati i dispositivi di sicurezza quali ad es. le valvole di sicurezza. La
pressione assoluta massima pf viene posta pari alla pressione di taratura della valvola di sicurezza
diminuita di una quantità corrispondente al dislivello di quota esistente tra il vaso di espansione se
quest’ultima è posta più in basso ovvero aumentata se posta più in alto. Per calcolare il volume del
vaso Vv si ipotizza che le trasformazioni, prima descritte, di compressione del gas all’interno del vaso
siano isoterme e che il gas abbia comportamento ideale. Pertanto, l’espansione del liquido E è com-
pensata dalla diminuzione di volume del gas contenuto nel vaso compresso dalla pressione assoluta
iniziale d’esercizio pi alla pressione assoluta massima d’esercizio pf 23 . Cosı̀ si può scrivere:

E = Vi − Vf (2.7)

con:

Vi volume occupato dal gas a impianto fermo;


Vf volume occupato dal gas alla pressione massima di esercizio;
22
Nei calcoli del volume del vaso il valore della pressione assoluta iniziale pi viene aumentato di una quantità stabilita
dal progettista comunque non minore di 15 kPa.
23
Con riferimento alla pressione massima d’esercizio, gli impianti si distinguono in impianti con pressione di esercizio
minore o maggiore di 5 bar (0,5 MPa).
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 67

Vf pf

Vi

E
pi

Figura 2.12: Schema di un vaso di espansione chiuso senza membrana

Per la compressione isoterma di gas ideale si ha:

po V o = pi V i = pf V f

dove Vo = Vv è pari al volume occupato dal gas alla pressione atmosferica po .


Si possono esprimere Vi e Vf in funzione di Vv come:
po po
Vi = Vv e Vf = Vv
pi pf
sostituendo nella equazione 2.7 si ottiene:
 
po po
E = Vv −
pi pf
ed infine:
E
Vv = po po (2.8)
pi
− pf

Sul valore di Vv è accettabile una tolleranza del ± 10%


Nei vasi prepressurizzati (con o senza membrana) la pressione iniziale pp (pressione di precarica)
nel vaso è superiore alla pressione atmosferica po . Nei vasi senza membrana questa pressione deve
essere inferiore alla pressione minima di esercizio pi per evitare la fuoriuscita del gas a impianto
freddo mentre in quelli con membrana o diaframma, in cui il gas è trattenuto dalla membrana, deve
essere superiore a tale valore per sfruttare tutta la capacità del vaso. In tal caso (vasi con membrana),
vedi Figura 2.13, il volume massimo Vi occupato dal gas a impianto fermo coincide col volume del
Vv del vaso. L’equazione 2.7 diventa:
E = Vv − Vf
Mentre, sempre nell’ipotesi di trasformazione isoterma si ha:

pp V v = pf V f
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 68

membrana

acqua
Vi
pi

gas Vf
gas
pf

Figura 2.13: Schema di un vaso di espansione chiuso con membrana

si espliciti rispetto a Vf e si sostituisca nella precedente e si ottiene:

E
Vv = (2.9)
1 − ppfp

I diaframmi o membrane di separazione dei vasi chiusi devono essere fabbricati con materiali resi-
stenti alla massima pressione e temperatura di esercizio prevista per l’impianto.
Per i vasi prepressurizzati senza membrana si potrebbe utilizzare l’equazione 2.8 usando la pres-
sione di precarica pp al posto della pressione atmosferica po . La Norma UNI 10412, invece, impone di
utilizzare l’equazione 2.9 per calcolare Vi e poi di aggiungere a questo il volume di liquido presente
nel vaso a impianto freddo24 . A parità di variazioni di volume da compensare e di pressioni mini-
ma e massima d’esercizio, i vasi d’espansione chiusi prepressurizzati senza membrana risultano più
piccoli di quelli autopressurizzati e quelli con membrana risultano minori di quelli senza membrana
prepressurizzati.
I vasi di espansione privi di diaframma o membrana di separazione tra l’acqua e il gas in pressione
devono essere muniti di un mezzo per accertare il livello dell’acqua all’interno del vaso stesso 25 .
I vasi di espansione a pressione costante sono dei serbatoi chiusi, all’interno dei quali viene man-
tenuta la pressione minima possibile nell’impianto, pari a quella idrostatica di carica dell’impianto,
grazie ad un cuscino d’aria, vedi la figura 2.14. Il livello di liquido nel vaso deve poter variare per una
variazione di volume pari alla espansione E. In pratica il vaso a pressione costante è come un vaso
aperto che invece di lavorare a pressione atmosferica lavora alla pressione pi . La pressione nel vaso
viene mantenuta costante mediante una valvola che scarica aria all’esterno quando nel vaso entra del
liquido a causa dell’aumento di temperatura nell’impianto e mediante un compressore che introdu-
24
Questo è probabilmente voluto per cautelarsi dalla incertezza che ci può essere sul valore di pp per i vasi senza
membrana.
25
Ad esempio un tubicino che collega la parte inferiore del vaso, in cui c’è il liquido, con la parte superiore, in cui c’è
il gas, ed avente un tratto trasparente in corrispondenza della variazione di livello prevista.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 69

ce aria nel vaso quando questo si svuota di liquido durante le fasi di raffreddamento dell’impianto.
Questo tipo di vaso ha i seguenti vantaggi:
• ha le dimensioni minime possibili, infatti il suo volume è di poco maggiore dell’espansione E;
• non produrre aumenti di pressione nell’impianto per compensare le dilazioni del liquido
è quindi adatto per i grandi impianti e per quegli impianti che sono già soggetti a impianto freddo a
pressioni prossime a quelle massime accettabili per qualche componente dell’impianto. Ovviamen-
te la presenza del compressore aumento sensibilmente il costo del sistema di compensazione delle
dilatazioni del liquido.

Vf

pi
E

Vi

Figura 2.14: Schema del vaso di espansione a pressione costante

Per i grossi impianti in cui il contenuto di liquido è elevato anche il volume dell’espansione E è
grande. Per non utilizzare un serbatoio di grande diametro a elevata pressione 26 può essere conve-
niente adottare vasi di espansione a pressione e volume costanti. Essi sono costituiti da due serbatoi:
uno di dimensioni minori operante alla pressione pi ed uno di dimensioni maggiori operante alla pres-
sione atmosferica po , vedi la figura 2.15. Il serbatoio di piccole dimensioni deve consentire le minime
oscillazioni di livello del liquido che gli strumenti devono percepire per far intervenire i dispositi-
vi di carica o svuotamento mentre il serbatoio di elevate dimensioni serve alla compensazione della
dilatazione. A impianto freddo il liquido nel serbatoio più grande è al livello minimo; durante il ri-
scaldamento, mentre il liquido nell’impianto si dilata, il livello nel serbatoio piccolo si alza, i sensori
percepiscono la variazione di livello e fanno aprire la valvola di scarico verso il serbatoio di dimensio-
ni maggiori, questo fino al raggiungimento della temperatura di esercizio. Durante il raffreddamento
dell’impianto il liquido nell’impianto si contrae e richiama liquido dal serbatoio più piccolo nel quale
il livello diminuisce e gli strumenti fanno intervenire la pompa per trasferire liquido dal serbatoio
maggiore, alla pressione po a quello minore, alla pressione pi .
Evidentemente il serbatoio va dimensionato per un volume maggiore di E, mentre il serbatoio
minore va dimensionato per le oscillazioni consentite dagli strumenti di controllo.
26
A parità di pressione e di materiale per la resistenza meccanica lo spessore della lamiera di cui è costituito il serbatoio
aumenta proporzionalmente al diametro del serbatoio.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 70

Vf
po

E
pi

Vi

Figura 2.15: Schema del sistema a pressione e volume costanti per la compensazione dell’espansione

Se si vuol fare una modifica sostanziale all’impianto (es. ristrutturazioni) inserendo un nuovo
circuito, si deve cambiare il vaso di espansione. Talvolta si inseriscono vasi di espansione anche sui
circuiti secondari.

2.6.2 Dimensionamento delle valvole di sicurezza


La valvola di sicurezza è un dispositivo sensibile alla pressione nell’impianto. La valvola di sicurezza
è dimensionata in funzione della potenza utile della caldaia27 . Dal punto di vista della sicurezza, gli
impianti termici vengono classificati a seconda che la loro potenza termica sia inferiore o superiore a
350 kW. La valvola di sicurezza deve intervenire quanto la pressione nel generatore supera la pressio-
ne di taratura che non deve mai superare la massima ammessa per il generatore. Quando la valvola di
sicurezza interviene (a meno che non ci sia un guasto nel vaso di espansione) le condizioni dell’acqua
sono tali per cui espandendo dalla pressione nell’impianto alla pressione atmosferica passa allo stato
di vapore. Pertanto si vuole che la portata di vapore in uscita equilibri la potenza termica utile della
caldaia
ṁv r = Φu
dove ṁv è la portata di vapore, ed r è il calore di vaporizzazione (circa 2500 kJ/kg). Dimensionare la
valvola significa scegliere la sezione di scarico:

V̇ wmax
Φu = ṁv r = r= Ar
vv vv
dove

wmax velocita’ massima del vapore sulla valvola;


vv volume specifico del vapore
27
Ogni generatore di calore deve essere dotato di valvola di sicurezza.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 71

A area della valvola


Si ottiene
vv
A = Φu
wmax r
si vede che attraverso la potenza del generatore e la velocità massima del vapore si determina subito
la sezione di scarico della valvola.
Nella Norma UNI 10412 la sezione di scarico della valvola si calcola con la seguente formula:
M
A = 0, 005ṁv
0, 9K
con:
A area minima netta dell’orifizio della valvola, in centimetri quadrati;
ṁv portata di vapore della valvola di sicurezza, in kilogrammi ora;
M fattore della valvola, da ricavare da tabella;
K coefficiente di portata della valvola.
Il termine M/(0, 9K) presente nella precedente formula viene riportato in una tabella della norma
per le valvole di sicurezza ordinarie28 .

2.6.3 Valvola di scarico termico


Le valvole di scarico termico sono dispositivi azionati da elementi sensibili alla temperatura nel gene-
ratore di calore. Devono intervenire in modo da evitare che la temperatura dell’acqua nel generatore
superi la temperatura di ebollizione alla pressione atmosferica. Le valvole di scarico termico sca-
ricano acqua dal generatore che viene reintegrata con acqua dalla rete idrica; devono assicurare un
trasferimento all’esterno di una quantità di potenza termica non inferiore alla potenza termica utile
del generatore e devono anche essere dotati di un dispositivo per l’intercettazione dell’alimentazione
del combustibile o dell’aria comburente nel caso di generatori a combustibile solido non polverizzato.

2.6.4 Locale caldaia e camino


Il locale caldaia o centrale termica, deve soddisfare determinati requisiti di sicurezza:
• le dimensioni devono sottostare a vincoli di norma
• devono essreci aperture per l’ingresso dell’aria comburente, e per lo sfogo del combustibile nel
caso ci fosse una perdita: in alto per il metano (piu’ leggero dell’aria) ed in basso per il GPL
(piu’ pesante).
• se il combustibile è GPL, la centrale deve essere completamente fuori terra.
• il canale di fumo deve essere a pendenza sempre positiva
• il camino deve garantire l’evacuazione dei fumi per tiraggio naturale, garantito dalla differenza
di densita’ tra i fumi caldi e l’aria fredda esterna. Nel camino si prevede uno sportello di
ispezione per la rimozione del materiale accumulato.
28
Le valvole di sicurezza ordinarie sono quelle per le quali non viene effettuata alcuna determinazione sperimentale,
per tali valvole si deve assumere K = 0, 05.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 72

Aria CH 4

Aria GPL

si può tracciare un andamento delle pressioni nelle caldaie atmosferiche (ovvero senza ventilatore)
e pressurizzate:
• Caldaia atmosferica:

Entra aria
a P atmosferica
H

Patm Sbocco

∆P
tiraggio

∆P = gH(ρA − ρF )
con H altezza del camino, ρA densita’ dell’aria fredda in ingresso, ρF densita’ dei fumi. Si ha
che
ρA > ρF

• Caldaia pressurizzata:

Ventilatore

Sbocco
Patm
∆P
tiraggio
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 73

Il canale da fumo ed il camino devono comunque essere in depressione rispetto all’ambiente,


per evitare la fuoriuscita di fumi nel tragitto. Quindi, anche nella caldaia pressurizzata, l’e-
spulsione dei fumi deve essere dovuta al tiraggio del camino, che comunque è limitato per la
presenza del ventilatore che favorisce il moto del fluido in caldaia.

Per il dimensionamento dei camini le norme di riferimento sono le UNI 7129 e la UNI10641, che rego-
lano anche lo sbocco: esso deve essere piu’ alto del tetto, in modo da evitare la zona di ricircolazione
ed arresto.
Zone di ricircolazione
e di arresto causa del vento

Tetto

2.7 Schemi e funzionamento di diverse tipologie di impianti


Verranno trattate diverse tipologie di impianti, seplici e complessi, a seconda delle esigenze, con o
senza circuiti secondari.

2.7.1 Impianto di riscaldamento monofamiliare piccolo


E’ servito da una caldaia che possiede gia’ al suo interno tutti i sistemi di sicurezza e la pompa di
circolazione. Viene realizzato di solito a collettori complanari, il cui collegamento alla caldaia è
diretto con tubi di acciaio. Dai collettori ai terminali si usano invece tubi in rame.
Caldaia
Termostato
ambiente
T
Collettore
caldo

Collettore Radiatori
freddo

La regolazione avviene attraverso il termostato ambiente che interviene sulla pompa e sul bruciatore,
regola anche gli orari di accensione. Si possono installare anche delle valvole termostatiche, collo-
cate nei terminali, che regolano la differenza di temperatura acqua-ambiente, e sono regolate dalla
temperatura ambiente stessa. Queste non vanno poste nello stesso locale del termostato ambiente.

2.7.2 Impianto di riscaldamento monofamiliare grande


L’impianto, piu’ grande del precedente, viene diviso in piu’ zone, di solito zona notte e zona giorno,
per permettere il funzionamento in dorari differenti.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 74

Zona 1 Zona 2

Secondari
Caldaia

Primario

Collettori
Si noti che la soluzione prevede secondari senza pompe, e regolazione trmite valvole a ter vie ,

A+B

che regolano la temperatura dell’acqua di mandata e sono controllate dai termostati ambiente delle
rispettive zone. La valvola funziona con A chiuso e B aperto, o viceversa, ma senza posizioni inter-
medie, e sono attuate da motori elettrici od elettrocalamite. Gli impianti visti finora presentano una
sola pompa di circolazione sul primario. In realta’ si possono avere anche varie pompe sui circuiti
secondari, ed in questo caso non si fanno distinzioni tra impianti piccoli e grandi.

2.7.3 Impianto di riscaldamento a MISCELAZIONE


Sono impianti molto diffusi, meno complessi e costosi di quelli ad iniezione.
Carico zona 1

ms

ms−mp
Zona 2
Caldaia
mp

Primario

Si vede che, rispetto agli impianti ad iniezione:


mancano le valvole di taratura
la valvola a 3 vie è posta sulla mandata del secondario, anziche’ sul ritorno. Questo perche’
la valvola a 3 vie funziona meglio come miscelatrice, che come deviatrice.
i due collettori sul primario sono collegati, e non c’è dunque differenza di pressione.
Naturalmente, si ha:
ṁs > ṁp
a meno che non si chiuda il ricircolo. Anche qui si effettua una regolazione della temperatura di
mandata al secondario, però si può variare anche la portata.
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 75

2.7.4 Impianto di riscaldamento a MISCELAZIONE senza pompa sul prima-


rio
Carico zona 1

ms

ms−mp
Zona 2
Caldaia
mp

Primario
hh

In questa tipologia di impianto è assente la pompa sul primario, e non c’è collegamento tra i due
collettori. se l’impianto è molto grande è prevista una piccola pompa di ricircolo presso la caldaia,
per mantenere la temperatura di ritorno ad un valore abbastanza elevato da evitare la formazione di
condensa all’interno della caldaia stessa. Questo perche’ il contatto tra i fumi caldi ed un tubo troppo
freddo (sotto la temperatura di rugiada dei fumi stessi) porta alla formazione di conensa che può
corrodere gli scambiatori. Questo tipo di impianto può essere utilizzato anche con sistemi a bassa
temperatura (pannelli a pavimento), come nello schema seguente:
Carico zona 1
ms

Zona 2
Caldaia
mp

Primario

viene garantita una portata di ricircolo che limita la temperatura di mandata del secondario al valore
massimo previsto per non avere pavimenti troppo caldi.

2.7.5 Analisi degli impianti a MISCELAZIONE


serve a determinare le portate nei rami della rete e dei rapporti fra di esse per la regolazione con la
valvola miscelatrice a 3 vie.
Carico zona 1
ms,
tms
trs

ms-mp

trs Zona 2
Caldaia
mp

Primario
hh
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 76

L’impianto può essere considerato come diviso in 2 maglie diverse:

I rami 1 e 2 sono in parallelo, cosi’ come i rami 3 e 4.


Nella condizione di carico massimo dell’impianto, si ha:

A+B

la valvola a 3 vie presenta A completamente chiuso: le portate su perimario e secondario coincidono,


e quindi anche le temperature:
ṁs = ṁp
θs = θ p
ṁs − ṁp = 0
qmax = ṁs cw (θms − θrs )max
qmax = ṁp cw (θ mp − θ rs )max
con θms = θmp e θrs = θrp , e dunque per il carico massimo occorre la portata seguente:
qmax
ṁs =
cw (θ ms − θrs )max
Poiche’ il carico non è quasi mai al massimo, è molto importante anche il funzionamento a carico
parziale: la valvola A è aperta, e si ha:
q < qmax
q = ṁs cw (θms − θrs )
q = ṁp cw (θmp − θrs )
La regolazione modifica la portata al secondario:
ṁp θ ms − θrs
=
ṁs θmp − θrs
si vede che il rapporto delle portate è legato al rapporto delle temperature, e si può scrivere anche:
q ṁp
= (θmp − θrs )
ṁs cw ṁs
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 77

q ṁp
= [(θmp − θamb ) − (θrs − θamb )]
ṁs cw ṁs
inoltre
q ṁp q
(θms − θrs )max = [(θmp − θ amb ) − (θ rs − θamb )max ]
qmax ṁs qmax
da cui, si ha:
q
ṁp (θms − θ rs )max qmax
= q
ṁs (θmp − θamb ) − (θrs − θ amb )max qmax
Un termostato sulla mandata del primario e uno sul secondario regolano il rapporto tra le portate.

2.7.6 Impianti con un unico circuito:

mc, tc B AB ms, tms

ms-mc

mc, trs ms, trs

Anche in questo caso si ha regolazione con valvola miscelatrice: entra ṁc a θc , esce ṁc a θrs . il
bilancio di entalpie è il seguente:
q = ṁc c (θc − θrs )
q = ṁs c (θ ms − θ rs )
ṁc θms − θrs
=
ṁs θc − θrs
Nelle condizioni di carico massimo qmax si avra’ il massimo salto di temperatura sul secondario:

qmax = ṁs c (θms − θrs )max


q ṁc ṁc
= (θ c − θamb ) = [(θc − θ amb ) − (θ rs − θamb )]
ṁs c ṁs ṁs
q q
= (θms − θcs )max
ṁs c qmax
q ṁc q
= [(θc − θamb ) − (θrs − θ amb )max ]
ṁs c ṁs qmax
dove
(θrs − θamb )max
(θrs − θamb ) = (θrs − θamb )
(θrs − θamb )max
e dunque
q ∝ (θrs − θamb )
qmax ∝ (θrs − θamb )max
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 78

da cui q
ṁc (θms − θrs )max qmax
= q
ṁs (θc − θamb ) − (θrs − θamb )max qmax
e si vede che il rapporto tra le portate è funzione delle temperature controllate θc e θamb .

2.7.7 Impianto di riscaldamento a INIEZIONE


Carico zona 1

ms
Secondari

mi ms−mi

mp−mi Zona 2
Caldaia mp

Primario

Collettori

Si vede che sono presenti due circuiti distinti, primario e secondario, ognuno con la propria pompa.
Le valvole di taratura garantiscono una portata costante, e si indicano come segue:

Oppure

In particolare, ṁi è la portata di iniezione, ṁs la portata sul secondario e ṁp quella sul primario. Il
by-pass permette un ricircolo parziale della portata del secondario. Da notare che:
- i collettori sono a pressioni diverse
le due pompe (sul primario e sul secondario) lavorano a portata costante, e lo si vede dal fatto
che il circuito che chiude la pompa non ha regolazioni.
- grazie alla valvola di taratura si ha portata sul secondario costante, pur variando la portata di
inezione d dunque la temperatura.
La regolazione serve a mantenere al secondario una opportuna temperatura per quegli impianti
che non possono funzionare alla temperatura massima della caldaia che circola nel primario. Tipico
utilizzo, per i pannelli radianti a pavimento). In definitiva, questo impianto lavora a portata costante al
secondario, e permette di variare la temperatura di mandata. Questo avviene grazie alla portata di inie-
zione, che ha la temperatura che arriva dalla caldaia, ed è regolata dalla valvola a tre vie. Diminuendo
la ṁi e grazie al ricircolo, la temperatura di mandata del secondario si mantiene sufficientemente
bassa.

q (fornitura calore)

ms, ms,
hms hrs
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 79

q = ṁs (hms − hrs ) = ṁs cw (θms − θ rs )

con hms e hrs entalpie di mandata e di ritorno sul secondario;

θ(ṁi ) > θ(ṁs )

grazie al ricircolo si mantiene una differenza di temperatura tra i due circuiti di almeno 10 K. Da
notare infine che la pompa sul primario è necessaria per garantire la circolazione in questo circuito,
che non ci sarebbe con la sola pompa sul secondario per la presenza del by-pass.
Osservazione: le valvole a 3 vie possono essere utilizzate come miscelatrici, con 2 entrate ed 1
uscita, o come deviatrici, con 1 entrata e 2 uscite.

2.7.8 Scelta delle valvole di regolazione:


Si scelgono in funzione delle perdite di carico a cavallo della valvola.
Per una valvola di regolazione a tre vie, ad esempio: la valvola introduce una perdita di carico nel

B AB

Funzionamento
A
a miscelazione

circuito, che va sommarsi a tutte le altre presenti.

B AB

∆Pv
A
∆Pc

Nella condizione di valvola aperta, si deve soddisfare la condizione seguente:

∆pv ≈ ∆pc

dove ∆pv sono le perdite della valvola, e ∆pc quelle del circuito. La valvola opera su di un circuito
in cui le perdite sono dovute anche alla valvola stessa: tale circuito funziona bene se la perdita dovuta
alla valvola è elevata, in quanto il comportamento risulta poco influenzato dalle variazioni di ∆pv
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 80

e∆pc introdote dalla regolazione. I costruttori caratterizzano le valvole con un coefficiente della
valvola KV :

KV = √
∆pv
In pratica KV è la portata volumetrica corrispondente ad un salto ∆pv = 1 bar, ossia una perdita di
carico unitaria. Ora, posta la condizione

∆pv = ∆pc

e dato il valore della portata V̇ , si trova il valore del KV s di scelta:


KV s = √
∆pc
da cui si sceglie la valvola dai cataloghi in modo da avere

KV < KV s

ed un diametro adeguato al diametro dei tubi. Da notare che il KV di una valvola è calcolato dal
produttore misurando la portata che provoca un ∆pv = 1 bar, mentre il KV s è ricavato dal progettista
in funzione dell’impianto, determinando la perdita di carico effettiva sulla valvola.

2.7.9 Scelta delle pompe di circolazione:


La pompa deve vincere una determinata perdita di carico ∆p in un circuito con portata assegnata V̇ .
Sui cataloghi sono forniti i diagrammi di funzionamento prevalenza/portata alle diverse velocita’ di
rotazione delle varie pompe:
Le pompe di circolazione di piccola potenza sono di solito a rotore bagnato (chiamate circolatori),
questa soluzione costruttiva consente di alleggerire il carico assiale sui cuscinetti. Nella Figura 2.18
è riportata una sezione di un circolatore a rotore bagnato.
Una stessa pompa può essere predisposta per lavorare a diverse velocità di rotazione ottenibili
agendo opportunamente sul motore elettrico. Sui cataloghi sono forniti i diagrammi di funzionamento
prevalenza/portata (curve caratteristiche) alle diverse velocita’ di rotazione delle varie pompe. La
curva caratteristica può essere più o meno inclinata, si può parlare di caratteristiche piatte oppure
ripide per variabilità rispettivamente ridotta o elevata della prevalenza in funzione della portata. Nella
Figura 2.19 sono riportate qualitativamente una caratteristica piatta ed una ripida.
La curva caratteristica della pompa e la sua pendenza sono elementi determinanti ai fini delle
valutazioni tecniche e del comportamento dell’impianto. L’aspetto si evidenzia negli impianti di ri-
scaldamento degli edifici civili, in particolare dove sono installate valvole termostatiche sui corpi
riscaldanti; queste provocano punti di lavoro variabili connessi alla variazione di portata che determi-
nano. In questi casi la pompa è scelta per portata utile al trasporto della massima quantità di calore
richiesto, e quindi per la copertura del massimo fabbisogno termico. Le valvole termostatiche con-
trollano la portata che scorre nei corpi riscaldanti strozzando il passaggio. Conseguente a questa
variazione s’instaura un nuovo punto di lavoro sulla curva caratteristica della pompa corrispondente
ad una maggiore prevalenza. Le ripercussioni dovute alle differenti pendenze della curva caratteristica
della pompa, riferita alla caratteristica dell’impianto, sono rappresentate in Figura ??
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 81

Figura 2.16: Esempio da catalogo di famiglie di pompe per impianti

Figura 2.17: Simbolo grafico per una pompa in un impianto

Curva caratteristica piatta


Con andamento piatto della curva si possono verificare anche notevoli variazioni della portata, senza
che questo provochi rilevanti variazioni della prevalenza. Grazie a tale caratteristica della curva si ot-
tengono i seguenti vantaggi: Non sono generati rumori fastidiosi. Il comportamento della regolazione
non è influenzato. Le pompe con curva caratteristica piatta assicurano che, con la chiusura dei corpi
scaldanti, la portata del fluido in circolazione diminuisce senza provocare inaccettabili aumenti della
prevalenza.

Curva caratteristica ripida


Con l’andamento della curva ripida, già con modeste variazioni della portata, si verificano rilevan-
ti e non trascurabili variazioni della prevalenza. Le ripercussioni negative sul funzionamento delle
valvole termostatiche sono ottenute con l’impiego di regolazioni delle prestazioni della pompa. L’im-
piego delle elettropompe con inverter impedisce, in modo automatico, l’aumento della prevalenza al
diminuire della prevalenza. Per gli impianti dove non si hanno ripercussioni dovute alla presenza di
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 82

Figura 2.18: Sezione di un circolatore

valvole termostatiche, si possono adottare vantaggiosamente pompe con curva caratteristica ripida,
per esempio impianti a panelli radianti o monotubo, o in tutti quei casi dove per ragione di sicurezza,
in fase di progetto, sono ipotizzate perdite di carico maggiori rispetto a quelle reali. L’esperienza
pratica insegna che spesso, le perdite di carico reali dell’impianto sono inferiori a quelle calcolate,
pertanto risulta che la curva caratteristica è più piatta. Nella circostanza la curva ripida della pompa
offre il vantaggio che il punto di lavoro, (punto d’intersezione fra curva dell’impianto e della pompa),
non si scosta troppo verso destra, provocando un aumento di portata inferiore a quello di una curva
piatta. Si evita l’instaurarsi di rumori fastidiosi, causati dall’eccessiva portata lungo le tubazioni.

H Curve di
(prevalenza) funzionamento

Velocita'
di rotazione

Q (portata)

Il calcolo sul circuito fornirà i due valori, corrispondenti ad un punto sul diagramma, che in genere
non appartiene ad una curva caratteristica di una pompa in commercio: la scelta di solito è quella di
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 83

Figura 2.19: Esempi di curva caratteristica piatta e ripida di una pompa

una macchina con la caratteristica più vicina che passa al di sopra del punto stesso. In realtà anche
una pompa con curva caratteristica che incroci la caratteristica dell’impianto al di sotto del punto di
funzionamento nominale può essere una buona scelta. Infatti, soprattutto negli impianti a radiatori,
in quanto la resa dei radiatori in funzione della portata, a portate prossime a quella nominale, varia
poco al variare della portata. In pratica, per questi impianti si può tollerare una variazione sulla por-
tata dell’ordine del ±10% del valore nominale senza compromettere minimamente il funzionamento
dell’impianto.

H curve caratteristiche delle pompe

curva dell'impianto
modificata

curva caratteristica
dell'impianto

.
V
CAPITOLO 2. IMPIANTI DI RISCALDAMENTO 84

La curva caratteristica dll’impianto è praticamente parabolica perché le perdite sono proporzionali a


v 2 e quindi a V̇ 2 .
Le pompe dei grandi impianti sono di solito gemellate, dotate di sistemi automatici che ne rego-
lano il funzionamento alternato, in modo da garantire sempre il funzionamento dell’impianto, anche
in caso di guasto ad una pompa.

La curva caratteristica di un sistema gemellato in cui le pompe funzionano in parallelo è uguale


a quella della singola pompa, solo che risulta allargata, avendo il doppio della portata a parita’ di
prevalenza. Si usano, ovviamente, per impianti con grosse portate e basse prevalenze.
H
Pompa
singola

2 pompe
gemellate

Q
Capitolo 3

FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL


RISCALDAMENTO

3.0.10 Premessa sul quadro normativo


In Italia, fin dall’emanazione della L.10/91 e del D.P.R.412/93, attuativo di una parte della stessa leg-
ge, nel caso di interventi sugli involucri degli edifici e/o sugli impianti di riscaldamento devono essere
rispettati alcuni requisiti minimi per quanto riguarda le prestazioni energetiche dei sistemi edificio–
impianto. All’atto della denuncia dell’inizio lavori, è previsto il deposito presso gli uffici comunali
di una relazione tecnica che illustri l’intervento1. Nel caso di nuovi edifici e di nuovi impianti nella
relazione tecnica devono essere riportati i valori calcolati di alcuni parametri tra cui il fabbisogno
di energia per il riscaldamento2. In seguito è stata emanata una direttiva C.E.E. sulla certificazione
energetica degli edifici3 e per il suo recepimento sono stati emanati due Decreti Legge (il D.L.192 del
19/08/2005 ed il D.L. 311 del 29/12/2006 che modifica il precedente). In questi Decreti è prevista
l’emanazione di ulteriori Decreti contenenti delle linee guida per le nuove modalità di calcolo del fab-
bisogno energetico. Successivamente è stato emanato il D.L. 115 del 30/05/2008 che, oltre a definire
meglio la figura professionale del certificatore, richiede che la valutazione dei fabbisogni di energia
siano valutati secondo le specifiche tecniche UNI TS 11300 (completate e pubblicate solo parzial-
mente) e rimanda ulteriormente alle linee guida ancora da emanare. Nell’attesa dell’emanazione di
queste linee guida ci si trova ad operare in un regime normativo transitorio definito negli allegati al
D.L .311/2006 e nel D.L. 115/2008.
In particolare, per tutti i nuovi edifici, per tutti gli edifici esistenti in cui viene installato un nuovo
impianto e per gli edifici in ristrutturazione con una superficie utile di pavimento Ap superiore a
1000 m2 è reso obbligatorio il calcolo del Fabbisogno di energia per il riscaldamento ed il rispetto di
valori massimi di trasmittanza termica degli elementi costruttivi costituenti l’involucro edilizio. Per
la ristrutturazione di edifici con Ap non superiore a 1000 m2 non è richiesto il calcolo del Fabbisogno
di energia ma solamente il rispetto di limiti (più restrittivi dei precedenti) sulla trasmittanza termica
degli elementi costituenti l’involucro edilizio 4 .
1
La relazione tecnica va attualmente redatta secondo l’allegato E del DL 311/06.
2
Per i dettagli sui casi previsti dalla legge e le modalità di applicazione si rimanda al testo del DL 311/2006 che regola
attualmente la materia
3
DIRETTIVA 2002/91/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 16 dicembre 2002 sul rendi-
mento energetico nell’edilizia. L’aspetto interessante è che il certificato energetico dell’edificio gradualmente diventerà
un documento da allegare obbligatoriamente agli atti di compravendita di immobili (secondo l’articolo 6 del DL 311/2006
dal 01 luglio 2009 anche gli atti di compravendita delle singole unità abitative dovranno essere accompagnati da un
documento che abbia la valenza di un certificato energetico.
4
Vedere l’Articolo 3 e l’Allegato C del D.L.311/06 (e successive eventuali modifiche).

85
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 86

Comunque, il fabbisogno di energia va valutato in termini di energia primaria, cioè di energia


associata al combustibile consumato per produrre l’energia necessaria, compresa quella elettrica per
il funzionamento di tutti i componenti dell’impianto5. Nell’ottica della certificazione energetica
degli edifici il calcolo del fabbisogno di energia primaria per il riscaldamento degli edifici risulta un
passaggio determinante. Il fabbisogno di energia primaria calcolato in modo convenzionale è soggetto
a restrizioni che la legge fissa in dipendenza del clima cui è soggetto l’edificio, attraverso il parametro
gradi giorno GG (vedere nota ?? a pagina ??), ed alle sue caratteristiche geometriche, attraverso
il rapporto di forma (S/V )6 . Siccome il DL 311/06 nell’Allegato M riporta una lista di Norme
tecniche (UNI e CTI) da utilizzare per i calcoli, nel seguito si fará riferimento alla procedura illustrata
in queste normative che consentono un calcolo del fabbisogno energetico in forma semplificata. Il
fabbisogno cosı́ calcolato é pertanto convenzionale ma risulta abbastanza prossimo a quello reale
con scostamenti dell’ordine del 20% ; lo scostamento sará tanto più elevato quanto più le condizioni
climatiche e di utilizzo dell’edificio saranno diverse da quelle assunte nella procedura.

3.1 Calcolo del Fabbisogno di energia primaria per il riscalda-


mento
7

Il fabbisogno di energia primaria per il riscaldamento Q è il parametro che serve a valutare


l’indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale EPi (nel seguito brevemente EP )
introdotto nel D.L.311/2006. L’indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale è
definito in modo diverso per le abitazioni rispetto agli altri edifici8 .
Per gli edifici residenziali e assimilabili (categoria E.19 ) con alcune esclusioni, si fa riferimento
all’area calpestabile e si ha:
Q
EP = (3.1)
Ap
dove:

Q fabbisogno di energia primaria necessaria al riscaldamento durante tutta la stagione


Ap superficie utile calpestabile

Per tutti gli altri edifici si fa riferimento al volume lordo riscaldato:


Q
EP = (3.2)
V
L’indice EP rappresenta cosı̀ una energia media per unità di superficie (o di volume). Risulta
quindi un parametro che consente di confrontare gli edifici dal punto di vista del consumo per il
5
In realtà la Direttiva CE fa riferimento anche alla energia per la produzione dell’acqua calda sanitaria, per
l’illuminazione e anche il fabbisogno per il raffrescamento estivo, queste parti saranno regolamentate nelle linee guida.
6
Nel rapporto di forma S/V come definito nell’Allegato C del D.L. 311/06 S è la superficie, espressa in m2 , che
delimita verso l’esterno (ovvero verso ambienti non dotati di impianto di riscaldamento), il volume riscaldato V che è il
volume lordo, espresso in metri cubi, delle parti di edificio riscaldate, definito dalle superfici che lo delimitano .
7
Nel seguito si fa riferimento prevalentemente alle Specifiche tecniche UNI TS 11300 parti 1 e 2 anche se talvolta la
simbologia adottata non corrisponderà perfettamente anche a causa di alcune disuniformità nella simbologia delle stesse
Specifiche tecniche.
8
Vedere l’allegato A del DL 311/06.
9
Nel DL 311/06 per le categorie degli edifici si fa riferimento alle definizioni riportate nell’Art.3 del D.P.R. 412/1993
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 87

riscaldamento, a parità di condizioni climatiche. Il fabbisogno cosı̀ definito è un parametro che fa


parte dei dati che il progettista deve dichiarare nella relazione da depositare presso l’Ufficio tecnico
del Comune dove sarà realizzato l’edificio. La relazione di deposito sarà il punto di partenza per la
certificazione energetica dell’edificio che è in corso di definizione a livello ministeriale. La relazione
tecnica di deposito deve essere accompagnata da una dichiarazione di rispondenza fatta dal progettista
in cui si attesta di aver proceduto nei calcoli secondo quanto previsto dal Decreto e dalle norme
tecniche. Inoltre, alla fine dei lavori, anche il Direttore dei lavori dovrà asseverare che gli stessi sono
stati realizzati nel rispetto di quanto previsto nel progetto e nelle varianti depositate. Il D.L.311/2006
(Allegato M) ed il D.L. 115/2008 che chiarisce quali norme tecniche devono essere seguite nella
redazione del calcolo10 .
La norma UNI 10379:2005, invece che al EP fa riferimento ad un diverso parametro: il F EN
(Fabbisogno Energetico Normalizzato). Pur essendo comunque possibile passare agilmente dal F EN 11
all’indice EP e viceversa, basta usare le norme tecniche per arrivare al calcolo di Q e far riferimento
al DL 311/06 per l’indice di prestazione energetica, ignorando il punto 4 della UNI 10379:200512.
Le norme tecniche a cui si fa riferimento permettono un calcolo del fabbisogno per il riscaldamen-
to come somma di contributi mensili calcolati separatamente oppure come una valutazione stagionale
complessiva.

• METODO MENSILE: semistazionario: l’energia necessaria risulta come somma dei contri-
buti mensili in ipotesi di stazionarietà delle condizioni nell’arco dei singoli mesi ⇒ regime
stazionario nel mese e variabile da mese a mese durante la stagione di riscaldamento.

• METODO STAGIONALE: stazionario: il fabbisogno è ottenuto in base a condizioni climatiche


medie stagionali.

Nel seguito si farà riferimento al metodo mensile che risulta più accurato soprattutto per i climi
temperati.
L’energia primaria Q per il riscaldamento è l’energia relativa a tutti i consumi di combustibile
necessari al riscaldamento nell’arco di un anno (medio dal punto di vista climatico):
Qaux
Q = Qc +
ηsen

dove

Qc energia primaria associata al combustibile bruciato localmente in caldaia


Qaux energia elettrica per gli ausiliari (pompe e ventilatori)13;
10
In particolare per il calcolo del fabbisogno di energia primaria il Decreto prevede l’utilizzo della UNI 10379:2005,
della UNI EN 832 e della UNI EN ISO 13790 senza specificare quale seguire per le parti in sovrapposizione; si consiglia
di seguire la UNI 10379, che rimanda alle procedure presenti nella UNI EN 832, con qualche modifica e con qualche dato
precalcolato.
11
Il Fabbisogno Energetico Normalizzato F EN introdotto nel D.P.R. 412/93 e ridefinito nella norma UNI 10379.
12
Per effettuare il calcolo, la Norma UNI 10379:2005 fa riferimento esplicito alla UNI EN 832: Calcolo del fabbisogno
di energia per il riscaldamento. Edifici residenziali anche per edifici non residenziali, mentre il Decreto cita anche la UNI
EN ISO 13790 Prestazione termica degli edifici - Calcolo del fabbisogno di energia per il riscaldamento che a differenza
della precedente è applicabile non solo agli edifici residenziali ma a tutti i tipi di edifici. Le due norme, di derivazione
europea differiscono leggermente in alcuni punti, in particolare nel modo in cui permettono di calcolare il regime di
funzionamento non continuo.
13
Qaux é molto piccola: per impianti a radiatori e a pannelli radianti 1 ÷ 2% di Qc mentre puó essere significativa per
impianti a ventilconvettori e per impianti di riscaldamento ad aria.
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 88

η sen rendimento del servizio elettrico nazionale, è il parametro per la conversione da energia
del combustibile ad energia elettrica; corrisponde a 0,40 in quanto il DL 311/06 fissa la
conversione da energia elettrica in energia primaria come 1 kWhe = 9 MJ.
Il rapporto Qη aux rappresenta l’energia primaria consumata per produrre l’energia elettrica utilizzata
sen
dagli ausiliari.
Qc é l’energia consumata in caldaia, e può essere ricavata effettuando un bilancio di energie sul
generatore di calore, infatti sequendo lo schema di figura 3.1 si ottiene:
Qc = Qu + Qf + Qd + Qf bs (3.3)
Qu = Qp − Qpo η po (3.4)
dove:
Qd dispersioni di energia attraverso il mantello della caldaia;
Qf perdite ai fumi (o al camino) a fiamma accesa;
Qf bs perdite ai fumi (o al camino) a bruciatore spento14;
Qpo energia elettrica fornita alla pompa;
η po frazione dell’energia elettrica della pompa trasferita al fluido;
Qu energia utile, fornita dalla caldaia;
Qp energia prodotta in base alle richieste dell’impianto, compreso il contributo della pompa15 .

Qf

Qd
Qpo
Qc

Qu Qp

Figura 3.1: Bilancio di energia al generatore di calore

Per risolvere il precedente bilancio è necessario determinare Qp . Tale termine si calcola, come illustra-
to di seguito, a partire dalle richieste di energia delle utenze (edificio) in condizioni di funzionamento
ideale dell’impianto, tenendo poi conto di tutte le inefficienze dell’impianto nel trasferire l’energia dal
generatore agli ambienti da riscaldare. Il fabbisogno ideale dell’edificio viene indicato col simbolo
Qh se valutato con riferimento a un funzionamento dell’impianto senza interruzione e con temperatu-
ra interna sempre pari a quella di riferimento, mentre viene indicato col simbolo Qhvs se valutato con
riferimento a un funzionamento dell’impianto con intermittenza (giornaliera e/o settimanale) oppure
con periodi di attenuazione della temperatura interna (di almeno 4 K). Per il calcolo dell’indice EP
la Legge prescrive il calcolo in regime di funzionamento continuo.
14
Durante il funzionamento dell’impianto il bruciatore della caldaia non è sempre acceso. Negli intervalli di tempo
in cui è spento ci sono delle perdite al camino dovute al tiraggio anche in assenza di fiamma, inoltre prima di ogni
riaccensione del bruciatore c’è una fase di lavaggio della camera di combustione durante la quale viene soffiata aria che
contribuisce a raffreddare la caldaia; Qf bs tiene conto di entrambi questi contributi.
15
Negli impianti ad acqua l’energia prodotta Qp solitamente è poco diversa da Qu in quanto Qpo è di solito inferiore
all’1% di Qu ed η po assume valori inferiori a 0,9. Negli impianti ad aria, invece, l’energia fornita dai ventilatori
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 89

3.1.1 Calcolo del fabbisogno ideale di energia Qh


Per il calcolo del fabbisogno di energia gli ambienti vengono raggruppati in funzione delle modalità
di riscaldamento e pertanto si definiscono:

• ZONA TERMICA: parte dell’edificio in cui si ha uniformità di temperatura interna, di apporti


gratuiti e di tutti i parametri che entrano in gioco nel calcolo del fabbisogno ideale di energia
per il riscaldamento (vedi in seguito).

• EDIFICIO: insieme di tutte le zone termiche da riscaldare con un unico impianto di riscal-
damento. Spesso l’edificio non corrisponde al FABBRICATO come nel caso frequente di un
appartamento riscaldato autonomamente in un condominio, oppure, meno frequentemente più
corpi di fabbrica serviti da una stessa centrale termica come nel teleriscaldamento.

Il fabbisogno di energia ideale per il riscaldamento Qh è calcolato separatamente per ciascuna


zona termica servita dallo stesso impianto. Il fabbisogno dell’edificio si calcola come somma dei
contributi delle singole zone 16 .
All’impianto di riscaldamento viene richiesto di mantenere, nelle ore di accensione, le condizioni
interne costanti, al variare di quelle esterne, che raggiungono quelle di progetto solo per brevi periodi.
Le ore giornaliere di funzionamento a regime sono limitate per legge (tranne nelle località con più
di 3000 gradi-giorno, zona F); nelle ore rimanenti l’impianto deve essere spento (intermittenza) o
funzionare garantendo una temperatura interna inferiore di almeno 4 K rispetto a quella di regime
(funzionamento in attenuazione). I fabbisogni ideali vengono stimati per ogni singola zona termica
come la differenza tra le energie disperse e le energie rese disponibili da fonti diverse dall’impianto
per altri scopi (gratuite ai fini del riscaldamento).
Il fabbisogno ideale si ricava da un bilancio di energia sulla zona termica come rappresentato in
figura 3.2:

1111
0000
0000
1111
0000
1111
Qsi Qhvs

0000
1111 QL

Qi
Qse

Locale
caldaia

Figura 3.2: Schema di riferimento per il calcolo del fabbisogno di energia


16
Spesso é possibile semplicemente far coincidere la zona termica con tutto l’edificio (uniformitá di esposizione
climatica, di destinazione d’uso e di tipologia di rete di distribuzione dell’energia).
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 90

Qh = (QL − Qse ) − ηu (Qi + Qsi ) (3.5)


dove i termini rilevanti sono

QL energie disperse dall’edificio verso l’esterno;


Qse apporti gratuiti solari sulle superfici esterne delle murature opache;
Qsi apporti gratuiti solari, disponibili all’interno del locale, entrati attraverso le finestre;
Qi apporti gratuiti interni (persone, elettrodomestici, macchine d’ufficio, etc..);
ηu fattore di utilizzazione degli apporti gratuiti. Tiene conto delle possibili situazioni in cui
il termine dovuto agli apporti gratuiti supera le perdite, portando ad un surriscaldamento
(inutile!) dei locali. Perció si penalizzano gli apporti gratuiti con il fattore di utilizzazione,
tipicamente < 1.

L’equazione (3.5) è valida per regime di funzionamento continuo, tipicamente però gli impianti fun-
zionano con periodi di spegnimento temporaneo (intermittenza) oppure di attenuazione dell’impianto
(abbassamento di almeno 4 K della temperatura interna). Per la valutazione del fabbisogno in re-
gime non continuo la (3.5) viene pertanto modificata (nella UNI 10379) introducendo i coefficienti
k; Fil ; Fig , si ottiene quindi il fabbisogno energetico utile in regime non continuo Qhvs

Qhvs = k[Fil (QL − Qse ) − η u Fig (Qsi + Qi )] (3.6)

dove:

k coefficiente per modalitá di funzionamento: intermittenza k = 1, attenuazione k > 1;


Fil ≤ 1 fattore di riduzione delle dispersioni;
Fig ≤ 1 fattore di riduzione degli apporti gratuiti;

questi coefficienti si ricavano in funzione dei seguenti parametri:

tc costante di tempo dell’edificio, che serve anche nella determinazione di η u , in quanto anche
in questo caso sono influenti le caratteristiche dinamiche dell’edificio stesso;
nag numero di ore di spegnimento o attenuazione notturne (dalle 16,00 alle 8,00), nell’arco di una
giornata;
ndg numero di ore di spegnimento o attenuazione diurne (dalle 8,00 alle 16,00)17 ;
∆θsb differenza tra la temperatura interna prefissata e la temperatura limite di attenuazione;
∆θ = θi − θem differenza tra la temperatura interna e la temperatura esterna media del periodo.

3.1.2 Nota sul calcolo dell’indice EP e del rendimento globale stagionale η g


Il calcolo del Fabbisogno di Energia Primaria si effettua considerando costante la temperatura interna
per tutta la stagione di riscaldamento, quindi non si considera l’effetto dell’attenuazione o dello spe-
gnimento, pertanto k = Fil = Fig = 1 ed il fabbisogno di energia primaria Q mese per mese deve
essere calcolato utilizzando la (3.5), va fatto notare che questo è un calcolo convenzionale. Per una
stima del fabbisogno energetico effettivo degli edifici va invece utilizzata la (3.6) che tiene conto della
17
L’eventuale intermittenza settimanale (negozi, uffici) viene considerata ampliando proporzionalmente l’intermittenza
giornaliera (UNI 10379:2500)
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 91

non stazionarietà della temperatura interna. I due calcoli coincidono nella zona climatica E dove è
previsto il funzionamento continuo dell’impianto. Il calcolo in regime intermittente o attenuato era
previsto nelle procedure precedenti al DL 311/06 per la verifica del rendimento globale medio sta-
gionale ηg quale rapporto tra il fabbisogno di energia termica utile per la climatizzazione invernale
e l’energia primaria delle fonti energetiche, ivi compresa l’energia elettrica dei dispositivi ausiliari.
Questa verifica è prevista anche nel D.L. 311/2006 ma, mentre per il calcolo di EP il decreto fa rife-
rimento esplicito al calcolo in regime continuo, per il rendimento globale medio stagionale non viene
specificata la modalità di calcolo delle energie. La Norma UNI 10379:2500 per la determinazione di
η g prevede il calcolo in regime intermittente o attenuato che fornisce fabbisogni inferiori e valori di η g
migliori (più alti). Pertanto, possiamo definire il rendimento globale medio stagionale con riferimento
al regime continuo nel modo seguente:
Qh
ηg = (3.7)
Q
oppure con riferimento al regime non continuo:
Qhvs
ηg = (3.8)
QR
nella equazione 3.8 il fabbisogno di energia primaria Q ed il fabbisogno di energia termica utile Qhvs
sono da calcolare come somme dei corrispondenti valori mensili, ovviamente i valori mensili di QR 18
devono essere calcolati a partire dai valori mensili di Qhvs e non di Qh .

3.2 Calcolo dei termini di Qh e Qhvs


Il calcolo dei termini energetici che compaiono nella (3.6) o nella (3.5) viene fatto mese per mese se
si utilizza il metodo mensile, mentre viene fatto in una unica soluzione per tutta la stagione nel caso
del metodo stagionale, nel seguito si indicherà con ∆τ il periodo corrispondente in secondi:

∆τ = 86400 · N (3.9)

dove 86400 = 24 · 3600 sono i secondi in un giorno ed N rappresenta il numero di giorni corrispon-
denti al periodo considerato.

3.2.1 Calcolo dell’energia termica dispersa per trasmissione e ventilazione QL


Questi termini si possono ricavare in modo analogo a quanto fatto per i termini di potenza nel pa-
ragrafo 1.2, considerando però coefficienti di esposizione e pari all’unità, differenze di temperatura
medie mensili o stagionali tra l’interno e l’esterno. Le potenze medie cosı̀ calcolate si moltiplicano
per il corrispondente tempo di riferimento ∆τ . Formalizzando quanto esposto si ha:

QL = (QT + QG + QU + QA ) + QV (3.10)

QT energia trasmessa direttamente verso l’esterno da pareti, finestre, porte.


QG energia trasmessa passando attraverso il terreno
QU energia trasmessa attraverso i vani non riscaldati
18
Vedere punto 8 della UNI 10379:2005
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 92

QA energia trasmessa attraverso i vani a temperatura costante diversa da quella interna (es. cella
frigorifera)
QV energia scambiata per ventilazione.

Nel seguito si analizzerà ogni singolo termine che compare nella (3.10)

energia trasmessa direttamente verso l’esterno da pareti, finestre, porte

QT = HT ∆θ ∆τ

HT coefficiente di dispersione (potenza dispersa per unità di salto termico) vedi (1.3) a pg. 7
∆θ salto termico ∆θ = θi − θem
θem temperatura esterna media nel periodo considerato

energia trasmessa attraverso il terreno

QG = HG ∆θ ∆τ

HG coefficiente di dispersione attraverso il terreno (potenza dispersa per unità di salto termico),
trattato nella UNI EN 13370, vedi (1.6) a pag. 17;
∆θ salto termico ∆θ = θi − θem
θem temperatura esterna media nel periodo considerato;

energia trasmessa attraverso i vani non riscaldati

QU = Hu ∆θ ∆τ

Hu coefficiente di dispersione tra interno ed esterno (potenza per unità di salto termico) calcolata
con analogia elettrica, vedi (1.8) a pag. 24;
∆θ salto termico ∆θ = θi − θem
θem temperatura esterna media nel periodo considerato;

energia trasmessa attraverso i vani a temperatura costante diversa da quella interna

QA = HA ∆θ A ∆τ

HA (potenza per salto termico), è la somma dei termini di trasmissione e ventilazione: HA =


HT,A + HV,A ;
∆θA =θi − θ A
θA temperatura del locale a temperatura fissa.
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 93

energia scambiata per ventilazione

QV = HV ∆θ ∆τ

HV coefficiente di dispersione per ventilazione, vedi (1.11) a pg. 28;


∆θ salto termico, ∆θ = θi − θe ;
θe temperatura esterna media nel periodo considerato.

In pratica si ha:
HV = 0, 34nV
espresso in [W/K] con:

n numero di ricambi d’aria orari19 fissato convenzionalmente pari a 0,5 per gli edifici di civile
abitazione20 ;
V volume netto della zona termica;

3.2.2 Calcolo dei termini relativi agli apporti dovuti alla radiazione solare
Gli apporti gratuiti dovuti alla radiazione solare sono di due tipi e sono dovuti rispettivamente alla
radiazione solare incidente sulle superfici opache esterne Qse e parzialmente assorbita, ed alla ra-
diazione solare incidente su superfici trasparenti Qsi , parzialmente trasmessa all’interno dove viene
assorbita. I due contributi hanno un effetto diverso: mentre Qse riduce le dispersioni aumentando
la temperatura superficiale esterna delle pareti, il termine Qsi aumenta la temperatura delle superfici
interne.
In ogni caso, con riferimento al contributo mensile, si può scrivere:
e v
!
X X
Qs = ∆τ Is,j · Aei (3.11)
j=1 i=1

e numero di esposizioni (orientamento delle pareti);


v numero di superfici per esposizione;
∆τ intervallo di tempo del periodo considerato;
Ae area equivalente della superficie;
Is irradianza globale per unità di tempo, mediata sul mense, incidente sulla parete

Tenuto conto che l’irradianza Is è riportata nella UNI 10349 (col simbolo H) in MJ/(m2 giorno) è
conveniente esprime l’intervallo di tempo come numero di giorni nel mese N per avere Qs in MJ al
mese.
I contributi dovuti alla radiazione solare su superficie opaca o trasparente si differenziano consi-
derando diverse metodologie di calcolo per l’area equivalente Ae
19
Per i valori da utilizzare ai fini delle verifiche di legge fare riferimento alla UNI 10379:2005
20
Categoria E.1(1) del D.P.R. 412/93
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 94

11
00
00
11 qs
parete
int.

qs α U / he
est.

R"
R"e = 1/ he R"i = 1/ hi

Figura 3.3: Radiazione solare incidente su una superficie opaca

Superfici opache
In questo caso l’area equivalente viene calcolata come:
U
Ae = Fs Fer A α
he

Fs Fattore di schermatura legato alle ostruzioni;


Fer Fattore di riduzione per tener conto del re–irraggiamento verso la volta celeste;
A Area della superficie;
α coefficiente di assorbimento della radiazione solare;
U trasmittanza della parete;
he coefficiente di scambio superficiale esterno.

può accadere che le pareti esterne opache siano ombreggiate da ostacoli (alberi, altri edifici, etc. . .): si
introduce quindi il fattore di schermatura, Fs . Inoltre si corregge l’apporto radiativo solare per tener
conto dello scambio per re-irraggiamento verso la volta celeste mediante il coefficiente Fer . Il termine
α U / he rappresenta invece la frazione della radiazione solare che, assorbita, attraversa la parete verso
l’interno, infatti una parte della radiazione incidente viene riflessa, (1 − α) · Is , mentre della quantità
assorbita α · Is solo una parte attraversa la parete mentre la restante viene ceduta all’ambiente esterno,
come rappresentato in figura 3.3. Il flusso termico dovuto all’assorbimento della radiazione solare si
ripartisce, tra interno ed esterno secondo la regola della leva, con le resistenze termiche al posto delle
distanze.
Il termine hUe è in relazione con le resistenze termiche della parete, infatti:

U Re′′
= ′′
he Rtot
si vede quindi che l’importanza dei contributi Qse diminuisce all’aumentare dell’isolamento termico
delle pareti e viceversa come succede nei climi più temperati dove gli edifici di solito sono meno
coibentati e, inoltre, la radiazione solare è più intensa.
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 95

Superfici finestrate
L’area equivalente viene espressa come:

Aej = Fsj Fcj Ffj g Aj

dove
Fsj fattore di riduzione per gli schermi esterni non appartenenti all’edificio
Fcj fattore di riduzione per gli schermi esterni (aggetti, terrazze) ed interni (tende)
Ffj fattore per la riduzione dell’area trasparente dovuta al telaio
g trasmittanza solare totale dell’elemento.
A area del foro della finestra;

Finestra
qs

parte parte
riflessa efficace

nei climi settentrionali, Qse < 10% di Qsi . Qsi rimane comunque elevato, ed il contributo è tanto più
importante quanto più isolate sono le pareti dell’edificio, cioè quanto più piccolo è il termine QL .

3.2.3 Contributi gratuiti interni Qi


Questo termine deriva dal contributo di energia termica dovuto all’illuminazione, alle persone, agli
elettrodomestici, alle macchine per ufficio, etc.., quindi da tutte le sorgenti che producono calore
all’interno dell’edificio. Il valore è praticamente pari alla potenza di targa di ogni apparecchio per il
tempo di utilizzo. X
Qi = Qij
j

Se il valore non é quantificabile, la norma impone di assumere valori convenzionali limite, per esem-
pio per edifici adibiti a residenza (E.1)(1) si può assumere un apporto gratuito pari a 4 Apavimento [W].

3.2.4 Calcolo di η u, fattore di utilizzo degli apporti gratuiti


E’ un coefficiente riduttivo degli apporti gratuiti, già introdotto nella (3.6), si calcola come
1 − γτ
ηu = se γ 6= 1
1 − γ τ +1
τ
ηu = se γ=1
τ +1
dove:
guadagni Qsi + Qi
γ= =
dispersioni QL − Qse
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 96

tc
τ =1+
16

tc costante di tempo del’edificio espressa in ore, ovvero prodotto della costante termica dell’e-
dificio per la resistenza termica.
C
tc =
HK 3600
C capacità termica dell’edificio; X
C= Aj mj cj
j=1

Aj area della parete;


mj massa termica areica (ovvero la parte della massa della parete che accumula energia nel-
l’arco della giornata, calcolata
p come prodotto della densità per la profondità di penetrazione
dell’onda termica d = 3, 71 λ/ρ per pareti non isolate.
cj calore specifico del materiale della parete;
HK coefficiente di dispersione globale dell’edificio, ricavato dall’energia dispersa QL :
QL
HK =
∆θ ∆τ

3.2.5 Nota sul calcolo della capacità termica C


La Norma UNI 10379:2005 fornisce una tabella di valori di capacità termica per unità di volume
dell’edificio che è sufficiente moltiplicare per il volume lordo V dell’edificio per ottenere la capacità
termica.
Una procedura più corretta per il calcolo della capacità termica dell’edificio è riportata nella
Norma UNI EN 13790: np
X Xns
C= Aj ρk,j ck,j sk,j (3.12)
j=1 k=1
con:

np numero di pareti dell’edificio;


Aj area dellaj-esima parete che partecipa all’accumulo (superfici rivolte verso l’ambiente in cui
si manifestano gli apporti gratuiti);
ns numero di strati della j-esima parete contati dall’interno fino all’isolante;
ρk,j densità dello strato k della parete j;
ck,j calore specifico dello strato k della parete j;
sk,j spessore dello strato k della parete j;

La sommatoria interna
P della equazione 3.12 va effettuata per gli strati interni allo strato di isolante
oppure fino a che k sk ≤ δ in cui δ rappresenta la profondità di penetrazione dell’onda termica
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 97

all’interno delle pareti. La profondità di penetrazione è definita come la profondità alla quale l’am-
piezza dell’onda termica è pari a e− 1 volte l’ampiezza in superficie21 . Dalla trattazione teorica della
conduzione termica si ottiene: s
τo λ
δ=
π ρc
con

τo periodo di oscillazione dell’onda termica (24 ore);


λ, ρ, c proprietà termofisiche dello strato di materiale di spessore maggiore compreso in δ.

Se il lato interno dello strato di isolante cade all’interno di δ valutata secondo la precedente formula,
δ viene posta pari alla posizione dello strato di isolante a causa della elevata attenuazione introdotta
da questo.

3.2.6 Calcolo dell’energia primaria consumata in caldaia Qc


Noto il valore del fabbisogno di energia in condizioni ideali per una zona termica, per mantenere le
condizioni interne desiderate, in regime continuo Qh o in regime attenuato Qhvs , si risale all’energia
che deve essere fornita dalla caldaia Qp , per poi arrivare all’energia primaria consumata dalla caldaia
stessa, Qc . Nel seguito, per brevità, si fa riferimento solamente a Qh vs e ci si limiterà a mettere in
evidenza le differenze per il caso in regime continuo essendo la procedura la medesima.
Il primo passo si compie tenendo conto delle inefficienze del sistema di trasferimento dell’energia
dai terminali di erogazione all’ambiente:
Qhvs
Qr =
η e ηc
con

Qr l’energia da fornire alla zona termica in condizioni reali;


ηe rendimento di emissione;
ηc rendimento di regolazione o controllo.

Il rendimento di emissione η e , tiene conto delle inefficienze nel trasferimento dell’energia dal
terminale d’impianto all’ambiente (es. aumento delle dispersioni a causa dell’innalzamento della
temperatura della parete posteriore dei radiatori, irraggiamento diretto da un radiatore verso una fi-
nestra ad esso affacciata, ecc.). Il valore di η e varia da 0,95 (per pannelli radianti in strutture poco
isolate) a 0,99 (per i termoconvettori). Il rendimento di regolazione o controllo, ηc , tiene conto delle
caratteristiche del sistema di regolazione, anche in dipendenza della tipologia dei terminali di impian-
to, che possono portare la temperatura interna a valori superiori a quelli di riferimento nel calcolo con
conseguenti maggiori dispersioni (es. isteresi del termostato ed anche disuniformità di temperatura
tra i locali termostatati e gli altri, oppure assenza del termostato come nei vecchi impianti centralizzati
dotati solamente di sonda climatica esterna, inerzia termica dell’impianto, ecc.). Il valore di questo
rendimento varia in funzione del sistema di regolazione e del tipo di impianto, ad es. per i radiatori e
ventilconvettori non è mai inferiore a 0,93.
21
Per i dettagli si consiglia di consultare un teso di Trasmissione del calore nella parte che tratta la conduzione
monodimensionale in regime periodico.
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 98

Come secondo passo si tiene conto delle perdite lungo la rete di distribuzione dalla centrale termi-
ca fino alle singole zone termiche e si calcola l’energia prodotta (uscente dalla centrale) come somma
dei contributi delle diverse nz zone termiche servite, divisa per l’efficienza della rete di distribuzione:
nz
X
Qr,j
j=1
Qp =
ηd
con ηd , rendimento di distribuzione, funzione delle dispersioni dovute alla distribuzione, si attesta
attorno a 0,9.
I metodi di calcolo ed i valori consigliati dei rendimenti di regolazione, emissione e distribuzione
sono riportati nella Norma UNI 10348.22
Dall’energia prodotta Qp si risale all’energia utile Qu , al netto del contributo della pompa (figura
3.1):
Qu = Qp − Qpo η po
η po rendimento della pompa, indica la frazione di energia che dalla pompa viene trasferita al fluido.
La differenza tra Qp e Qu risulta di solito molto piccola, dell’ordine del 1% . Dall’energia utile Qu si
ricava infine l’energia primaria consumata, Qc :
Qu Qhvs
Qc = ≈
ηtu ηtu η e ηc η d
con ηtu , rendimento termico utile della caldaia, rappresenta il rendimento medio del generatore nel
periodo considerato (mese o stagione), esso dipende dalla tipologia della caldaia stessa, in particolare
dalle perdite al mantello Qd e ai fumi Qf e Qf bs , e da come essa viene utilizzata, cioè dal livello di
potenza richiesta rispetto alla potenza nominale del generatore.23 . Infine , noto il valore di Qc , si ricava
il fabbisogno di energia primaria necessaria al riscaldamento Q durante il periodo di riferimento:
Qaux Qpo + Qbruc
Q = Qc + = Qc +
η sen η sen
Se il periodo di riferimento è mensile, i valori stagionali di Qhvs e di Q si ricavano banalmente
come somma dei valori calcolati mensilmente.

3.3 Calcolo del rendimento della caldaia


Per il calcolo del rendimento termico utile ηtu dei generatori a combustione si fa riferimento alla nor-
ma UNI 10348, la formula del rendimento si ottiene da un bilancio sulla caldaia come rappresentato
in figura3.1.  
Pf + FPCd + Pf bs (1−F
FC
C)

η tu = 1 + Fbr − (3.13)
100
dove:
22
Si fa notare che a questo punto del calcolo, per poter scegliere correttamente questi rendimenti bisogna aver scelto la
tipologia dei terminali di impianto e le caratteristiche del sistema di regolazione.
23
La norma UNI 10348 prende in considerazione come generatori di calore le pompe di calore oltre alle caldaie. Questi
sistemi, che trasferiscono energia termica da un ambiente più freddo a un fluido o ambiente più caldo grazie alla spesa di
lavoro meccanico di un motore elettrico, vanno considerati separatamente e le loro prestazioni vengono tenute in conto
attraverso il coefficiente di effetto utile o COP (coefficient of performance).
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 99

Pf perdite ai fumi [%];


Pd perdite al mantello della caldaia [%];
Pf bs perdite ai fumi a bruciatore spento [%];
F C fattore di carico al focolare, < 1;
Fbr frazione di energia che il bruciatore trasferisce al fluido (trascurabile).
Il denominatore 100 serve a riferire all’unità le predite percentuali. Il fattore di carico al focolare F C
è definito come
Qc
FC = (3.14)
Qcn
dove;
Qc energia primaria richiesta dal generatore nel periodo considerato;
Qcn energia primaria richiesta dal generatore funzionante a massimo carico in regime continuo.
Esso si può intendere come il rapporto tra la somma dei tempi in cui avviene la combustione nel
generatore ed il tempo totale di disponibilità del generatore, cioè tempo in cui l’acqua in caldaia è
mantenuta al valore nominale.
L’equazione 3.13 si ricava a partire da un bilancio di energie sul generatore funzionante a pieno
carico e da un bilancio a carico parziale nel modo illustrato nel seguito.

Bilancio sul generatore a pieno carico


Durante il funzionamento a pieno carico il generatore non ha perdite a bruciatore spento. Pertanto,
sempre con riferimento alla figura 3.1 si ha:
Qcn + η br Qbr = Qun + Qf n + Qdn (3.15)
dove il pedice n sta ad indicare la condizione di pieno carico (nominale) e:
Qbr è l’energia assorbita dal bruciatore;
ηbr rappresenta la frazione di energia trasferita dal bruciatore all’aria comburente per ogni
unità di energia assorbita.
Si dividano i termini dell’equazione 3.15 per Qcn , energia prodotta dalla combustione in condizioni
nominali:
η Qbr Qun Qf n Qdn
1 + br = + +
Qcn Qcn Qcn Qcn
in questa equazione si possono riconoscere i seguenti termini:
ηbr Qbr
Qcn
= Fbr vedi definizione precedente;
Qf n
Qcn
= Pf perdite ai fumi a bruciatore acceso, riferite all’unità;
Qdn
Qcn
= Pd perdite al mantello, riferite all’unità;
Qun
si espliciti rispetto a Qcn
e si ottiene:
Qun
= 1 + Fbr − Pf − Pd (3.16)
Qcn
dove, come anche nel seguito, per brevità, a differenza della Norma i simboli Pd e Pf non sono
espressi in percentuale, ma sono riferite all’unità.
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 100

Bilancio sul generatore a carico parziale


La Norma UNI 10348 fa riferimento a caldaie con regolazione ON-OFF e temperatura dell’acqua
costante durante i periodi di disponibilità del generatore, questo comporta che il bruciatore sta per
parte del tempo acceso al massimo con perdite ai fumi pari a quelle nominali e per l’altra parte spento
con perdite ai fumi corrispondenti e che le perdite al mantello si mantengono sempre pari a quelle
nominali a causa della temperatura costante dell’acqua in caldaia.
Cosı̀, il bilancio di energia per un intervallo di tempo in cui si susseguono fasi di accensione e fasi
di spegnimento del bruciatore si può scrivere come:

Qc + η br Qbr = Qu + Qd + Qf + Qf bs (3.17)
Si dividano i termini dell’equazione 3.17 per Qcn , energia prodotta dalla combustione in condizioni
nominali:
Qc η Qbr Qu Qf Qd
+ br = + +
Qcn Qcn Qcn Qcn Qcn
in questa equazione si possono riconoscere i seguenti termini:
Qc
Qcn
= F C vedi definizione precedente;
ηbr Qbr
Qcn
= Fbr F C in quanto il bruciatore è acceso per una frazione F C del tempo totale;
Qf
Qcn
= Pf F C per la stessa ragione del caso precedente;
Qf bs
Qcn
= Pf bs (1 − F C) in quanto il bruciatore è spento per una frazione (1 − F C) del tempo
totale;
Qd
Qcn
= Pd in quanto la caldaia è a temperatura pari a quella a pieno carico;

Il termine QQcn
u
può essere trattato nel modo seguente:
Qu Qu Qun Qun
= = CP
Qcn Qcn Qun Qcn
dove CP = QQun u
è detto fattore di carico utile e rappresenta il rapporto tra l’energia richiesta dall’im-
pianto e l’energia che il generatore darebbe all’impianto se funzionasse sempre a pieno carico. In
particolare si ha:
Qun = Φun ta
dove con Φun si è indicata la potenza utile nominale della caldaia (ricavabile da catalogo) e con ta si
è indicato il tempo di disponibilità del generatore nel periodo di riferimento; cioè, ad esempio, nel
caso di funzionamento continuo o attenuato (disponibilità 24 ore su 24) ta = N · 24 · 3600 secondi,
mentre nel caso di funzionamento intermittente con disponibilità di 14 ore al giorno (zona climatica
E) si ha ta = N · 14 · 3600 secondi. Il fattore di carico utile CP è sempre minore del fattore di
carico al focolare F C perché il bruciatore funziona non solo per fornire Qu all’impianto, ma anche
per mantenere l’acqua in caldaia alla temperatura di funzionamento. Si sottolinea che il fattore di
carico utile CP è un parametro calcolabile quando è nota l’energia Qu richiesta dall’impianto nel
periodo, la potenza nominale della caldaia Φn ed il tempo di attivazione ta 24 mentre il fattore di carico
al focolare è calcolato come specificato di seguito. Si sostituiscano i vari termini come ora definiti
nell’equazione precedente, si raccolgano F C e CP , si ottiene:
F C(1 + Fbr − Pf + Pf bs ) = CP (1 + Fbr − Pd − Pf ) + Pd + Pf bs
24
I tempi di attivazione massimi sono fissati per le diverse zone climatiche dall’art.9 del D.P.R.412/93.
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 101

si espliciti rispetto a F C e si ha:

Pd + Pf bs + CP (1 + Fbr − Pf − Pd )
FC = (3.18)
1 + Fbr − Pf + Pf bs

A questo punto, si può ricavare l’espressione di Qu dalla equazione 3.17:

Qu = Qc + η br Qbr − Qd − Qf − Qf bs

Allora il rendimento termico utile del sistema di generazione diventa:


Qu Qc + ηbr Qbr − Qd − Qf − Qf bs
ηtu = =
Qc Qc
in questa equazione si possono riconoscere i seguenti termini:

η br Qbr (η Qbr )n
= br = Fbr
Qc Qcn
in quanto il contributo del bruciatore si ha quando il bruciatore è acceso e quindi proporzionalmente
all’energia consumata Qc ;
Qd Qd Qc Pd
= =
Qc Qcn Qcn FC
Qf Qf n
= = Pf
Qc Qcn
 
Qf bs Qf bs Qcn 1 1 − FC
= = (1 − F C)Pf bs = Ppf bs
Qc Qcn Qc FC FC

Infine si ottiene:
Pd (1 − F C)
η tu = 1 + Fbr − Pf − − Pf bs (3.19)
FC FC
L’equazione 3.19 è analoga alla 3.13 a parte le perite che sono unitarie invece che percentuali.
Tenuto conto che i produttori di generatori di calore sono tenuti a fornire nei cataloghi diversi
parametri tra cui:

η100 = Q un
Qcn
rendimento termico a pieno carico;
η30 = Q un
Qcn
rendimento termico al 30% del carico (CP = 0, 30);
Φcn =ṁc Hi potenza termica al focolare, detta anche portata termica;
Φf c =Φcn (1 − Pf ) = Φcn · (η 100 + Pd ) potenza termica convenzionale;
Φun =Φcn (1 − Pd − Pf ) = Φcn · η 100 potenza utile nominale;

Si possono ottenere le seguenti espressioni più sintetiche:


Qu Qu Qcn Qun CP
η tu = = = ·η (3.20)
Qc Qun Qc Qcn F C 100
questa espressione è utilizzabile appena calcolati CP ed F C.
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 102

Se i termini Pf , Pd e Pf bs non sono forniti dalla documentazione del generatore di calore possono
essere ricavati dalle potenze prima elencate Φcn , Φf c e Φun nel modo seguente: Per le perdite al
camino Pf :
Φf c Φcn − Φf n
= = 1 − Pf
Φcn Φcn
dove Φf n rappresenta la potenza persa ai fumi in condizioni di pieno carico, quando la caldaia lavora
in condizioni nominali; pertanto:
Φf c
Pf = 1 −
Φcn
Per le perdite al mantello:
Φun
= η100 = 1 − Pf − Pd
Φcn
e quindi:
Pd = 1 − Pf − η 100
Il termine di perdite al camino a bruciatore spento Pf bs se non disponibile può essere ricavato
dalla tabella 3.1.
In alternativa all’uso della tabella 3.1 le perdite a bruciatore spento Pf bs si possono ricavare, con
una buona approssimazione25, ponendo CP = 0, 30 e calcolando il valore corrispondente di F C, nel
modo seguente: Si consideri:
η 100 = η tu (CP = 1)
ed
η 30 = η tu (0, 30)
dalla equazione 3.20 si ottiene:
0, 30
η 30 = η
F C(0, 30) 100
dalla equazione 3.16
Qun
η 100 = = 1 + Fbr − Pf − Pd
Qcn
25
L’approssimazione consiste nel fatto che η 30 è ottenuto in laboratorio con temperatura media dell’acqua in caldaia di
50 C e non di 70o C come viene fatto per η 100
o

Tipo di generatore Pf bs (%)


a combustibile liquido o gas con bruciatore ad aria soffiata 0,1
con serranda sull’aspirazione dell’aria comburente
a combustibile liquido o a gas con bruciatore ad aria soffiata
senza serranda sull’aspirazione dell’aria comburente:
con camino fino a 10 m 0,6
con camino oltre 10 m 0,8
a gas con bruciatore atmosferico e rompitiraggio 0,6

Tabella 3.1: Valori delle perdite al camino a bruciatore spento


CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 103

cosı̀ si ottiene:
η100
F C(0, 30) = 0, 30
η 30
ed anche, manipolando algebricamente l’equazione 3.18:
F C − 0, 30
Pf bs = η 100 − Pd
1 − FC
Nella figura 3.4 viene riportato l’andamento qualitativo del rendimento termico utile ηtu ricavato
con l’equazione 3.13 al variare del fattore di carico utile CP . Si fa notare che molte caldaie moder-
ne, con bruciatore modulante, hanno un comportamento che non è correttamente rappresentato dalla
(3.13), infatti in questo caso si nota che il rendimento ha un andamento decisamente più favorevole al
diminuire di CP .
η tu

1
Pd+Pf

η 100
η 30

caldaia modulante
caldaia tradizionale

0 0,3 1 CP

Figura 3.4: Andamento del rendimento ηtu di una caldaia al variare del fattore di carico utile CP .

Le perdite Pd , Pf e Pf bs sono misurate in laboratorio in condizioni di prova corrispondenti ad


una temperatura media dell’acqua in caldaia di 70oC ed una temperatura ambiente di 20o C con una
corrispondente differenza di temperatura tra acqua e aria pari a:

∆θn = (70 − 20) = 50K

Qualora la differenza di temperatura ∆θ tra acqua e aria sia diversa da ∆θn , la Norma UNI 10348
prevede che nelle precedenti formule le perdite Pd , Pf e Pf bs vengano sostituite con le perdite corrette
nel modo seguente:
 0,02
′ ∆θ
Pf = Pf
∆θ n
 
′ ∆θ
Pd = Pd
∆θ n
 
′ ∆θ
Pf bs = Pf bs
∆θ n
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 104

FEP
lim
GG

0,2 0,9 S/V

Figura 3.5: andamento del EPlim al variare del rapporto S/V e dei gradi giorno

3.4 Calcolo di EP limite e sua verifica


L’indice di prestazione energetica EP va calcolato a partire dal valore di Q stagionale espressa in kWh
utilizzando la formula 3.1. Come previsto dal più volte citato D.L.311/2006 l’indice di prestazione
energetica per il riscaldamento deve essere inferiore al limite previsto dal Decreto all’Allegato C. La
Tabella 1 relativa ai limiti per gli edifici di categoria E.1 è riportata di seguito nella Tabella 3.4.
La Legge (Art.2 del D.P.R.412/93) considera le località appartenenti a zone climatiche in funzione
dei gradi giorno, da A (più calda, GG ≤ 600) ad F (più fredda, GG > 3000). Per ciascuna zona si
hanno due valori di EPlim , rispettivamente uno per S/V = 0, 2 ed uno per S/V = 0, 9, come riportato
in tabella 3.4.
Si deve avere:
EP ≤ EPlim
Il limite imposto EPlim varia in funzione dei gradi giorno GG del comune26 in cui è situato l’edificio e
del Rapporto di forma S/V dell’edificio. Il limite di Legge, espresso in kWh/m2 di area utile calpesta-
bile va calcolato nel modo seguente. Il primo passo per determinare l’EPlim dello specifico edificio
è quello di interpolare linearmente in funzione dei GG (ricavati dall’allegato A al D.P.R.412/93 e
successive modifiche27 ) del Comune di appartenenza dell’edificio tra i valori estremi per la fascia
climatica in corrispondenza di Sd /Vl =0,2 e poi in corrispondenza di Sd /Vl =0,9. Si ottengono cosı̀ i
valori estremi dell’EPlim0,2 e EPlim0,9 per il Comune28 . A questo punto, se l’edificio ha un rapporto
Sd /Vl ≤ 0, 2 oppure Sd /Vl ≥ 0, 9 il F EPlim sarà pari a F EPlim0,2 o EPlim0,9 rispettivamente. Al-
trimenti (con 0, 2 < S/V < 0, 9) si procede interpolando in funzione di S/V dell’edificio tra i due
valori EPlim0,2 e EPlim0,9 determinati al passo precedente ricavando cosı̀ il valore finale del EPlim .
Negli edifici residenziali della classe E.1, esclusi collegi, conventi, case di pena e caserme valgono
le seguenti limitazioni sul massimo valore di EP .

3.5 Calcolo del rendimento globale medio stagionale


Si vuole garantire che il sistema di riscaldamento funzioni con un buon rendimento non solo al carico
di progetto, ma anche ai carichi parziali durante tutta la stagione invernale. Perciò il rendimento
26
Vedere la tabella dei Gradi Giorno messa a disposizione nel materiale didattico del corso.
27
Ad esempio il Comune di Trieste ha subito un cambiamento recente dei GG ed è passato dalla zona D alla zona E.
28
Tali valori saranno gli stessi per qualsiasi edificio dello stesso territorio comunale
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 105

Tabella 3.2: Valori limite dell’indice di prestazione energetica per la climatizzazione invernale
espresso in kWh/m2 anno.
valori da rispettare fino al 31/12/2007
Rapporto Zona climatica
di forma A B C D E F
S/V 600 601 900 901 1400 1401 2100 2101 3000 3000
≤ 0,2 10 10 15 15 25 25 40 40 55 55
≥ 0,9 45 45 60 60 85 85 110 110 145 145

FEP lim

FEPlim

0,2 0,9 S/V


S/V

Figura 3.6: doppia interpolazione per ottenere il EPlim in funzione della zona climatica e del rapporto
S/V

globale medio stagionale definito come nella equazione 3.7 o nella 3.8 qui ripetuta:
Qhvs
ηg =
QR

Qhvs fabbisogno ideale richiesto dall’edificio per essere riscaldato


QR fabbisogno di energia primaria totale per il riscaldamento.
deve risultare non inferiore al valore minimo fissato per legge:

ηg ≥ η g,min

Nelle norme transitorie del D.L. 311/2006 il rendimento minimo, espresso in percentuale, per le
caldaie con potenza nominale fino a 1000kW è posto pari a:

η g,min = 65 + 3 log(Pn )

con log logaritmo in base 10 e Pn = Φun potenza utile nominale del sistema di generazione espressa
in kW. Per potenze nominali superiori a 1000kW il limite resta pari a 74% . Nel caso di interventi
solo sugli impianti o sul generatore, invece, il valore minimo è stato elevato di 10 punti percentuali
come segue29 :
η g,min = 75 + 3 log(Pn )
29
Vedi Allegato I comma 3.
CAPITOLO 3. FABBISOGNO DI ENERGIA PER IL RISCALDAMENTO 106

Si può notare che al crescere della potenza cresce anche il rendimento minimo ammissibile: ad esem-
pio, con riferimento al valore previsto per i nuovi edifici, se per una caldaia da 10 kW η g,min = 68%,
per una da 100 kW η g,min = 71%.
Capitolo 4

VERIFICA TERMOIGROMETRICA

La diffusione dell’acqua sia liquida che allo stato di vapore nei componenti edilizi è un fenomeno
particolarmente complesso e la conoscenza dei suoi meccanismi, delle proprietá dei materiali, delle
condizioni iniziali e al contorno é spesso insufficiente, inadeguata e ancora in via di sviluppo. Il
problema viene qui affrontato secondo le procedure semplificate presenti nella norma UNI EN ISO
13788:20031.
La norma prende in considerazione due fenomeni che si possonoo verificare in corrispondenza
delle pareti rivolte verso l’esterno:
• la condensa superficiale sulle superfici interne
• la condensa interstiziale all’interno delle pareti esterne.
Le verifiche vengono condotte mese per mese, con ipotesi di stazionarietà delle condizioni di tem-
peratura e di pressione del vapore nel mese considerato; le condizioni al contorno corrispondono ai
valori medi mensili. La standardizzazione di questi metodi di calcolo non esclude l’uso di metodi più
avanzati. I metodi di calcolo utilizzati forniscono in genere risultati cautelativi e quindi, se una strut-
tura non risulta idonea secondo questi, possono essere utilizzati metodi più accurati che ne dimostrino
l’idoneità.

4.1 Parametri fondamentali e dati necessari per il calcolo


4.1.1 Caratteristiche dei materiali
Per i calcoli devono essere utilizzati valori di progetto. Possono essere utilizzati i valori di progetto
riportati nelle specifiche su prodotti o materiali, o quelli tabulati forniti nelle norme indicate nella
seguente tabella.
La conduttività termica λ e il fattore di resistenza al vapore µ sono applicabili per materiali omo-
genei mentre la resistenza termica R e lo spessore equivalente di aria per la diffusione al vapore sd
soprattutto per prodotti compositi o di spessore non ben definito.

4.1.2 Condizioni climatiche


Per il calcolo del rischio di crescita di muffe superficiale o la valutazione del rischio di condensazione
interstiziale nelle strutture, devono essere utilizzati valori medi mensili di temperatura e di umidità
1
Per valutazioni più dettagliate fare riferimento al progetto di Norma europea prEN 15026:Hygrothermal performance
of building components and building elements - Assesment of moisture transfer by numerical simulation.

107
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 108

dell’aria esterna, rappresentativi della località in cui è collocato l’edificio, ottenuti dalla norma UNI
10349. Per elementi a contatto col terreno, la temperatura del terreno va assunta pari al valor medio
annuale della temperatura dell’aria esterna ed una umidità pari a quella di saturazione. Per il calcolo
del rischio di condensazione superficiale su elementi a bassa inerzia termica, come ad esempio finestre
e telai, deve essere utilizzata la temperatura minima di progetto e una umidità relativa del 95%.

4.1.3 Condizioni interne


Per la temperatura dell’aria interna devono essere usati valori in accordo all’uso previsto dell’edificio,
ad esempio 20◦ C per gli edifici civili e 18◦ C per gli edifici industriali. Il D.L.192/2005 prevede
condizioni interne costanti corrispondenti a una temperatura θi = 20oC e una umidità relativa φi =
65%.

4.2 Verifica della condensa superficiale


Quando sulle superfici interne, dei componenti edilizi che separano gli ambienti dall’esterno, le con-
dizioni di umidità dell’aria si approssimano a quelle di saturazione si possono verificare problemi
che, a seconda del tipo di superficie vanno dal rischio di corrosione, alla formazione di muffe fino alla
formazione di condensa. Il controllo del rischio si traduce in una limitazione dell’umidità relativa ϕ
dell’aria ambiente.
I valori limiti per i casi predetti sono:

 60% pvi < 0, 6ps (θsi ) per superfici sensibili alla corrosione
ϕsi < 80% pvi < 0, 8ps (θsi ) per prevenire la formazione di muffe

100% pvi < ps (θsi ) per i telai dei serramenti (presenza di liquido)

dove

θsi temperatura superficiale interna


ps pressione di saturazione del vapor d’acqua (funzione della temperatura)
pvi pressione di vapore nell’ambiente interno.

Tabella 4.1: Proprietà termofisiche dei materiali e dei prodotti

Proprietà Simbolo Norme di riferimento


conduttività termica λ da UNI 10351 e da UNI 10355 o da EN 12524 o determinate
resistenza termica specifica R in accordo con ISO 10456
permeabilità al vapore δ da UNI 10351 o da EN 12524 o determinate
fattore di resistenza al vapore µ in accordo con ISO 12572
spessore equivalente d’aria sd
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 109

Tint, Pvi
Parete

Tsi
Tse

Test, Pve

Per la valutazione del contenuto di vapore nell’aria oltre che alla pressione parziale di vapore nella
Norma si fa riferimento al contenuto di vapore per unità di volume ν (umidità volumica)2 che permette
una facile correlazione tra le condizioni igrometriche esterne e quelle interne. Infatti, in assenza di
produzione di vapore, il contenuto di vapore nell’aria interna si mantiene uguale al contenuto di vapore
dell’aria esterna. Una produzione di vapore G negli ambienti comporta un aumento del contenuto di
vapore legato al rinnovo d’aria come segue:
G
ν i − ν e = ∆ν =
nV
dove

n tasso di rinnovo dell’aria


V volume dell’ambiente

Il tasso di ventilazione n viene assunto variabile in funzione della temperatura esterna secondo la
seguente relazione:

n = 0, 2

per θe ≤ 0◦ C
n = 0, 2 + 0, 04θe
per θe > 0◦ C
Possiamo mettere in relazione la pressione parziale di vapore pv con l’umidità volumica ν consi-
derando il vapor d’acqua come aeriforme a comportamento ideale, tenuto conto del valore basso della
pressione parziale del vapore in aria:
R0
pv V = mv Rv T = mv T
Mv

mv R0 R0
pv = T =ν T
V Mv Mv
dove

mv massa di vapore
V volume d’aria che contiene la massa di vapore mv ;
2
In pratica si tratta della densità che avrebbe il vapore se avesse a disposizione tutto il volume occupato dalla miscela
aria-umida
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 110

pv pressione di vapore;
Mv massa molare dell’acqua;
R0 = 8, 314 kJ/(kmolK) costante universale dei gas;
T temperatura assoluta dell’aria umida.

L’aumento di umidità può essere espresso anche in funzione della pressione di vapore:
 
R0 Ti + Te R0 R0
pvi − pve = ∆ pv = (ν i Ti − ν e Te ) ≃ (ν i − ν e ) = ∆ν Tm
Mv 2 Mv Mv
La normativa prevede che le condizioni interne da utilizzare nei calcoli vengano maggiorate
mediante un coefficiente di sicurezza per cautelarsi dalle approssimazioni insite nel metodo.

pvi = pve + Cs ∆ pv

∆ pv = f (θe , destinazione d′ uso)

dove Cs coefficiente di sicurezza posto, nella Norma pari a 1, 1 ma definibile diversamente a


livello nazionale e ∆ pv è funzione sia della temperatura esterna θe che della destinazione d’uso del
locale, questo valore e si puà ricavare dal diagramma di figura 4.1 utilizzando i valori riportati nella
tabella 4.2.
Noto che ϕ = ppvs le limitazioni sull’umidità relativa si traducono in un controllo della pressione
di vapore nell’aria ambiente, in funzione della pressione di saturazione. Per valutare la pressio-
ne di saturazione ps (in pascal) in funzione della temperatura (in celsius) si utilizzino le seguenti
espressioni:
psat = 610, 5 e( 237,3+θ ) se θ ≥ 0◦ C
17,269·θ
(4.1)

psat = 610, 5 e( 265,5+θ )


21,875·θ
se θ < 0◦ C. (4.2)
La verifica alla condensa interstiziale va ripetuta ogni mese. Nei mesi in cui si ha θe > 20oC la
verifica è necessaria solo se, che comunque va eseguita mese per mese nella stagione di riscaldamento.
I dati di pressione di vapore esterna per le diverse località si trovano sulla UNI 10349 (dati climatici).
La pr

Diff. di
Pv (Pa)
1080
Produzione
810
di vapore
540
270
0
0 20 Test

Figura 4.1: differenza di pressione di vapore in funzione della temperatura e della destinazione d’uso
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 111

Tabella 4.2: differenza di pressione di vapore in funzione della destinazione d’uso


Produzione di vapore ∆ pv
Produzione di vapore molto bassa (magazzini) ≤ 270 Pa
bassa (uffici) ≤ 540 Pa
media (alloggi poco affollati) ≤ 810 Pa
alta (alloggi molto affollati) ≤ 1080 Pa
molto alta (locali speciali come cucine, lavanderie, piscine) da calcolare

La variazione di ∆ pv al variare delle temperatura esterna è dovuta all’assunzione di una ventila-


zione naturale crescente al crescere della temperatura. La norma considera la ventilazione costante al
di sotto di 0◦ C e linearmente crescente al di sopra di 0◦ C a fronte di una produzione di vapore interna
costante. In pratica i ricambi d’aria (tasso di ventilazione) n viene assunto pari a 0, 2 per θe ≤ 0◦ C e
variabile secondo la seguente relazione:

n = 0, 2 + 0, 04 θe

per θe > 0◦ C.
Resta l’incognita della temperatura superficiale interna. La sua determinazione non è difficile nel
caso di regime monodimensionale stazionario, però il calcolo si complica per la presenza di ponti ter-
mici. Si definisce quindi un fattore di temperatura sulla superficie interna o fattore di resistenza
interna, fRsi :

θ si − θe Rsi/e
fRsi = =
θi − θe Ri/e

dove Rsi/e ed Ri/e rappresentano, rispettivamente, la resistenza termica tra la superficie interna e
l’ambiente esterno e la resistenza termica tra l’ambiente interno e l’ambiente esterno. In assenza di
altre indicazioni, nel calcolo di Ri/e si possono adottare i seguenti valori di hi :
hi = 4 W/(m2 K) per parete piana senza schermatura
hi = 2 W/(m2 K) nel caso in cui sia prevista o sia probabile la presenza di una schermatura termica
(mobili, quadri, ecc.).

Quanto minore è fRsi = h1i tanto minore sarà θsi e di conseguenza ps (θsi ). I valori minimi del
fattore di resistenza si hanno in corrispondenza dei ponti termici, per il calcolo dettagliato del ponte
termico si veda la UNI EN 10211-1, per quello semplificato la UNI EN 10211-2 oppure le tabelle dei
fattori di temperatura presenti nell’atlante delle strutture.

4.3 Verifica della condensa interstiziale


Si deve verificare mensilmente che all’interno dalle pareti esterne non si formi condensa. Questo
fenomeno si presenta quando la pressione di vapore supera il valore assunto a saturazione. Viene
utilizzato il metodo di Glaser: si ipotizza un fenomeno monodimensionale e stazionario, in modo
che si possanano utilizzare relazioni simili a quelle della trasmissione del calore:
dθ ∆θ
φ′′ = −λ = −λ [W/m2 ]
dx ∆x
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 112

psat
θ1
+ p1 = p1
θ2
p2 p2

Figura 4.2: a) Andamento della temperatura, b) andamento della pressione di vapore c) andamento
della pressione di saturazione

φ′′ é il flusso termico per unità di superficie, con ∆θ = θ1 − θ2 salto di temperatura tra due strati di
conduttivit λ e distanza ∆x. In analogia a questa formula, si può scrivere il flusso di vapore g:
dp ∆p
g = −δ p = −δ p [kg/m2 s]
dx ∆x
con δ p permeabilità al vapore, ∆p = p1 − p2 differenza di pressione di vapore tra due superfici.

∆x

p1

p2

Accanto all’andamento della pressione parziale di vapore pv può essere riportato anche l’andamento
della pressione di saturazione psat funzione questa solo della distribuzione di temperatura all’interno
della parete θ(x) come riportato in figura 4.2. La condensazione inizia quando la pressione di vapore
raggiunge quella di saturazione.
La condensa inizia quando la retta delle pv interseca la curva di saturazione psat , funzione questa
delle temperature θ1 e θ 2 .

psat
p1

p2

zona di condensa
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 113

Nelle pareti multistrato l’analisi pu essere svolta tracciando le psat in funzione della temperatura
e confrontandole con l’andamento lineare a tratti della pv :

Tint

Tsi
Psat(T)

Tse

Test
Parete

La normativa, per semplificare il calcolo, introduce un materiale fittizio, con permeabilità al uguale
a quella vapore dell’aria: cosı̀ per ogni strato di spessore ∆xj è possibile determinare uno spessore
d’aria equivalente Sdj avente la stessa resistenza al vapore.3
∀ strato ∆xj → Sdj
∆xj Sdj
= aria
δ pj δp
da cui
δ aria
p
Sdj = ∆xj
δ pj
in questo modo tutta la parete risulta costituita dello stesso materiale, eliminando gli spigoli ed
ottenendo un andamento lineare di pv . Assumendo che:
δ 0 = δ aria
p = 2 · 10−10 [kg/(m · sPa)]
si definisce per il materiale j−esimo un fattore di resistenza al vapore:
δ aria
p
µj =
δ pj
ottenendo quindi
Sdj = µj ∆xj
Gli elementi ad alta resistenza termica, come gli isolanti, si suddividono in un numero di strati ca-
ratterizzati ciascuno da una resistenza termica non superiore a 0,25 m2K/W; ciascuno di questi viene
considerato come singolo strato di materiale in tutti i calcoli e pure la distribuzione della pressione di
saturazione psat viene assunta lineare a tratti. 4
Nel caso ci sia interferenza tra andamento della pressione di vapore e della pressione di saturazione
è necessario calcolare l’accumulo di acqua, verificando che sia inferiore al limite consentito e che
comunque evapori tutta nei mesi più caldi. Ipotizzando la parete asciutta all’inizio del calcolo, si
procede mese per mese come segue:
3
I valori di permeabilità al vapore dei materiali sono riportati sulla norma UNI 10351.
4
in realtà l’andamento non Ë lineare come si può vedere considerando le eqns (4.1) e (4.2), ma la suddivisione degli
strati con elevata resistenza termica riduce l’errore semplificando comunque il calcolo
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 114

• si fissano θ i , θe , pi e pe medie mensili, con pi = pe + 1, 1 ∆p

• si calcola l’andamento della temperatura θ(x) nella parete reale;

• a ciascuno strato si fa corrispondere uno strato d’aria equivalente. Gli spessori equivalenti
sono di solito maggiori di quelli reali perché ogni materiale ha permeabilità minore di quella
dell’aria.

• sulla parete fittizia si traccia l’andamento di psat e delle pv , il cui andamento ora è lineare su
tutto lo spessore, essendo il materiale omogeneo.

• Si verifica che non ci sia intersezione, come in figura 4.3, in caso contrario si deve calcolare la
quantità di acqua accumulata nella stagione.

Parete
fittizia
Pint
Psat

Pest

Figura 4.3: parete senza condensazione

4.3.1 Calcolo della quantità di acqua condensata


Si possono distinguere due casi: condensazione su un piano di interfaccia e condensazione su più
piani di interfaccia come riportato in figura 4.4:

psat
pint psat pint

a) b)

pv

pest pest

s’d,c1
s’d,c
s’d,c2
s’d,T
s’d,T

Figura 4.4: a) Condensazione su un piano d’interfaccia, b)su più piani d’interfaccia


CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 115

Il flusso di vapore condensato g si ottiene da un bilancio tra il vapore che entra dalla faccia interna
e quello che esce dalla parete esterna nel periodo considerato. Nel caso di accumulo su un solo piano
di interfaccia, e facendo riferimento alla figura 4.4a si ottiene:
 
pi − pc pc − pe
gc = δ 0 − (4.3)
sd,T − sd,c sd,c
dove pc è la pressione del vapore all’interfaccia di condensazione, pc = psat (θc ) pari alla pressione di
saturazione alla temperatura dell’interfaccia dove avviene la condensazione θc .
Se la condensazione avviene su più interfacce, facendo riferimento alla figura 4.4b si possono
calcolare i flussi di condensazione nelle due interfaccie gc1 e gc2 :

 
pc2 − pc1 pc1 − pe
gc1 = δ0 − (4.4)
sd,c2 − sd,1 sd,c1
 
pi − pc2 pc2 − pc1
gc2 = δ0 − (4.5)
sd,T − sd,c2 sd,c2 − sd,c1

l’accumulo nel mese considerato risulta dunque

Gm = gcond ∆τ m

[kg/m2 ] con ∆τ m tempo (in secondi) del mese considerato. Questo valore va aggiunto alla quantit‡
eventualmente accumulato nei mesi precedenti. In presenza di condensazione la pressione di vapore
si assume quindi sempre pari alla pressione di saturazione alla temperatura dell’interfaccia anche nei
mesi sucessivi. Passando al mese sucessivo si ha quindi:

p = ps (θmese successivo)

mentre per le pressioni esterne e interne si assumono i nuovi valori:

pi = pi (m + 1)

pe = pe (m + 1)
con le nuove distribuzioni di pressione e temperatura si può avere ancora condensazione oppure
evaporazione
psat (θm+1 ) < pi → continua a condensare
ps (θ m+1 ) > pi → si ha evaporazione
Nel caso in cui l’accumulo continui, la quantità condensata va sommata a quella accumulata nei mesi
precedenti; se la condensa finale supera i 0,5 kg/m2 , la parete risulta inaccettabile. Se invece non
si supera tale valore si deve comunque verificare che tutta la condensa evapori nel corso dell’anno,
per avere ad ottobre la parete sempre asciutta. Per il calcolo dell’acqua evaporata si possono ancora
utilizzare le (4.3), e (4.5), in questo caso l’andamento delle pressioni Ë riportato nella figura 4.5
ottienendo di g ≤ 0. La quantit‡ evaporata nel periodo risulta quindi pari a

Em = gev ∆τ

valore che va sottratto alla quantit‡ precedentemente accumulata, se tale quantit‡ assume valori
negativi siglifica che tutta l’acqua Ë evaporata e pertanto l’interfaccia Ë asciutta.
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 116

psat

psat
pint
pint
a) b)

pest pv

pest

s’d,c1
s’d,c
s’d,c2
s’d,T
s’d,T

Figura 4.5: a) Evaporazione da una sola interfaccia, b) Evaporazione da due interfacce

4.4 Posizionamento ottimale degli strati di isolante


Tipicamente, si utilizzano 3 tipi di installazione dell’isolante nella parete:

• esterna: soluzione recente (ultimi decenni), presenta costi alti, difficolt di attuazione e meno
durevole delle altre.

• centrale: piuttosto rara, esistono comunque delle soluzioni inermedie che si avvicinano al
centro della parete.

• interna: tra le soluzioni possibili é la piu’ utilizzata, ha costi bassi, é semplice da effettuare, e
l’isolante ha limitati problemi di sostegno

Finora é stato considerato un comportamento dell’edificio di tipo stazionario, approssimando il fe-


nomeno reale, che in realt é di tipo periodico. Poiché il posizionamento dell’isolante influenza le
caratteristiche dinamiche dell’edificio, valutiamone il comportamento:

4.4.1 aspetti legati al comportamento termico ed igrometrico dell’edificio


Il problema igrometrico é legato a quello termico. I problemi nascono, come visto, quando la
pressione di vapore supera quella di sturazione:

pv > ps (θ)

con pv , θ e ps che diminuiscono dall’interno verso l’esterno. Il salto massimo di temperatura si ha in


corrispondenza dello strato di isolante:

• Isolamento interno:
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 117

Tint

Parete con
isolamento
Isolante interno

Test

La pressione di saturazione segue l’andamento della temperatura:

Andamento
della Psat
Isolante

Psat

mentre la pressione di vapore é indipendente, ed ha un andamento in funzione della permeabilit


al vapore di ogni strato δp

Pi
Andamento
della P
Isolante

Pe

Con l’solamento interno la ps ha un valore basso nella maggior parte della parete, favorendo la
condizione di condensa pv > ps .

• Isolamento esterno:
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 118

Tint

Parete con
isolamento
Isolante esterno

Test

Psat
Andamento
della Psat
Isolante

Pi
Andamento
della P
Isolante

Pe

Con ps elevata nella maggior perte della parete, la condizione di saturazione si raggiunge piu’
difficilmente, in regime stazionario.

In regime periodico invece si ha andamento di tipo ondulatorio della temperatura e del flusso termico
(con periodo di oscillazione di 24 ore). L’irraggiamento solare é caratterizzato da piccole lunghezze
d’onda λ, con un picco di radiazione fino a 1 µm, secondo la legge di Wien λmax T = cost = 2898µK,
dove T nel caso del Sole vale 5700 K.
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 119

Interno Esterno

Nei periodi in cui manca il flusso si ha dispersione, mentre quando c’é irraggiamento si ha riscalda-
mento. La radiazione entra in gran parte dai vetri, che sono trasparenti alle basse lunghezze d’onda
del Sole, ma opachi alle alte λ corrispondenti ai 300 K degli oggetti interni all’edificio: si ha dunque
un ’effetto serra.

Emiss.

Temperatura

Lungh. d'onda

Nel caso di andamento periodico, si ha:


θx = θm + ∆θe−γx sen(ωτ − γx)
dove e−γx é il termine di attenuazione: man mano che si entra nel corpo si ha smorzamento dell’am-
piezza dell’onda termica.

Interno Esterno

r r
ω ω
γ= =
2a 2λ/ρc
mettendo uno strato di isolante, con λ molto bassa (<< λ parete), aumenta il valore di γ. Valori tipici:
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 120

λisolante ≈ 10−2 W/mK


λmuro ≈ 100 , 101 W/mK
Quindi, con isolante, γ aumenta, e dunque, a parit di x, e−γx diminuisce, e con esso anche θx .

Strato isolante

Andamento
Interno con isolante
Andamento
senza isolante
q
Esterno

Con isolante interno la temperatura si smorza piu’ rapidamente verso l’esterno, e la quantit di calore
risulta essere minore, infatti: Z π
Q= q
0
l’isolante ha ρ bassa, ρisol << ρc Inoltre l’ambiente é piu’ soggetto a surriscaldamento: θsup ha
escursione piu’ elevate:
(δθe )isol > (δθe )c
Tutto questo farebbe propendere verso un isolamento esterno, magari con cappotto, che per presenta
gli svantaggi visti. L’isolamento interno invece da questa analisi risulta adatto solo a stanze poco abi-
tate (ad es case di vacanza), ma in realt viene comunque preferito quasi sempre. Come soluzione otti-
male si pone l’isolante dalla parte interna , sorretto da uno strato di mattoni forati, con intercapedine
d’aria e schermature alla radiazione (fogli di alluminio).

Int.
Sezione
parete

Est.

Isolante Intercapedine
d'aria
Barriera Schermatura Laterizio
al vapore alla radiazione

Questi fogli possono fare anche da barriera al vapore, producendo un salto nell’andamento della
pressione di vapore, come raffrigurato nella figura seguente:
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 121

Parete
Pi
reale

Pe

Pi
Parete
fittizia

Pe

La barriera va posta preferibilmente dal lato caldo dell’isolante, in modo che il salto di pv avvenga
prima di quello di ps . Tale barriera va applicata molto accuratamente ovunque, onde evitare che
ci siano delle lacune che porterebbero ad un passaggio preferenziale del vapore con formazione di
condensa. Altre soluzioni efficaci sono rappresentate nelle figure seguenti.

Int.
Sezione
parete

Est.

Intercapedine Isolante
d'aria
Laterizio Barriera
Schermatura
alla radiazione al vapore

Nel caso di solaio + cordolo:


CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 122

Int. Est.

Solaio
Solaio +
cordolo

Isolante

4.4.2 Intercapedini d’aria


Un significativo contributo all’isolamento dell’edificio lo possono fornire le intercapedini d’aria pur-
che di spessore limitato. La loro efficacia compromessa quando i moti convettivi al loro interno
diventano significativi ed aumentano sensibilmente gli scambi termici. L’intercapedine d’aria pu con-
tribuire anche alla prevenzione del danneggiamento delle struttura dovuto alla condensa interstiziale
soprattutto se vengono ventilate nei mesi caldi. Nei climi mediterranei molto spesso l’intercapedine
d’aria costituisce l’unico strato di isolante adottato e la sua efficacia si manifesta anche nel periodo
estivo. Infatti, l’intercapedine tipicamente uno strato intermedio nella parete e non porta ai surri-
scaldamenti estivi che si manifestano negli edifici isolati internamente (e magari dotati di notevoli
superfici finestrate. Il comportamento delle intercapedi d’aria pu essere riassunto come segue. Fra le
due superfici dell’intercapedine, a temperatura diversa, si hanno tre tipi di scambio termico attrverso
lo strato d’aria:
• Conduzione, si ha con aria ferma.
λ
qk′′ = (θ 1 − θ2 )
s

• Convezione, dipende dal movimento dell’aria nell’intercapedine


Nu λ
h1 ≈ h2 =
sH
con Nusselt Nu = f (Gr, P r) , Gr Grashof e Pr Prandtl. Dunque

qc′′ = h(θ1 − θ 2 )

• Irraggiamento: poiché l’aria é anche trasparente all’irraggiamento, si ha un flusso termico


anche in questa forma, indipendentemente dal moto dell’aria.
σ(T14 − T24 )
qr′′ = 1−ǫ1
ǫ1
+ 1 + 1−ǫǫ2
2

σ(T14 − T24 )
qr′′ = 1
ǫ1
+ ǫ12 − 1
dove:
CAPITOLO 4. VERIFICA TERMOIGROMETRICA 123

ǫ = emissivit delle superfici


σ = costante di Boltzmann
T = θ + 273 temperatura assoluta: considerando T1 ≈ T2 = Tm , si ha:

(T14 − T24 ) = (T12 + T22 )(T12 − T22 )

= (T12 + T22 )(T1 + T2 )(T1 − T2 )


= (T12 + T22 )(T1 + T2 )(θ1 − θ2 )
≈ 2Tm2 2Tm (θ1 − θ2 )
= 4Tm3 (θ1 − θ 2 )

e dunque
σ4Tm3 (θ1 − θ2 )
qr′′ = 1
ǫ1
+ ǫ12 − 1
il flusso specifico finale risulta
′′
qtot = qk′′ + qc′′ + qr′′
Osservazione:
λaria ≈ 0, 026W/mK, h ≈ 1 ÷ 2W/m2 K,
Tm ≈ 280K, ǫ1 ≈ ǫ2 ≈ ǫ =≈ 0, 9
allora:
W
qr′′ = σǫ4Tm3 (θ1 − θ2 ) ≈ 4, 1 (θ 1 − θ2 )
m2 K
e dunque
′′ λ
qtot = qk′′ + qc′′ + qr′′ = ( + h + hr )(θ1 − θ2 )
s
ad esempio, per una intercapedine da 2 cm si ha:
0, 026
=( + 2 + 4, 1)(θ1 − θ 2 )
0, 02

(θ1 − θ2 )
=
R′′
con R′′ = 0, 14 m2 K/W . Il termine preponderante é quello dovuto allo scambio termico per irrag-
giamento (almeno pari a quello per convezione) e che aumenta sensibilmente all’aumentare di Tm .
Per limitarlo si potrebbero adottare trattamenti superficiali che abbiano bassa emissivit per elevate
lunghezze d’onda, ad esempio fogli d’alluminio.